Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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Viaggiatori senza orologio

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domenica, 30 settembre 2007
Cose che girano...

Il signor Mulino-A-Vento dice e ribadisce: ti devo assolutamente parlare, sei libera lunedì?

Era già la II volta che te lo chiedeva.

Sembra che ciò non preannunci nulla di buono.
Per fortuna che ci sono ancora 400 pagine della Montagna Magica da leggere entro stanotte; il che mi mantiene decisamente zen.
Non fosse per questo, ho l'umore giusto per rivedere l'intera trilogia di Park Chan-wook e prepararmi spiritualmente alla giornata di domani.


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sklero gratuito, io e ormone pallato, vida de barrio

venerdì, 28 settembre 2007
Sancho Panza

"[...]E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.[...]"
Don Chisciotte - F. Guccini



Ci sono mattine in cui ti alzi e sembra che ogni movimento diventi pesante.
Pensi agli eventi recenti, quasi quasi sull'orlo di cancellare un post, come se questo potesse eliminare la persona in sé e qualche breve ora di felicità intensa delle passate settimane.
Versi due lacrimini, chiedendo perchè?perchè? alla stanza vuota. I momenti del piangiamoci addosso esistono e a volte non passano. Poi decidi che, magari, anche no.

Che a lottare contro gli uomini che ti remano contro stai imparando a dire no grazie.
A fatica, tra un'ora di sonno e un'ora di veglia, ma eccolo lì: No, Grazie.
Che farsi una doccia e sapere che un tesoro di donnina ti accoglierà a casa a studiare per distrarti, è sufficiente per le prossime ventiquattr'ore.
Che fare l'Hidalgo illuso non porta a nulla e credere alle parole di chi, in fondo, non conosci affatto, malgrado l'ottimismo e la fiducia nel mondo, non sempre è la cosa migliore.
Che leggere certe dichiarazioni piccole che traspirano amore, anche se in un'email che sa di tiepido e distante, ti riempie di gioia e ti spinge a fare il passo fuori dalla porta di casa, con un mezzo sorriso e il trucco un po' sciolto dalla commozione.

Perciò meglio Sancho e il suo stare a cavallo di mulo; così, per questa volta, la lotta contro i Mulino a Vento la lasciamo a qualcun'altro...

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sklero gratuito, io e ormone pallato, quotidiano animale

mercoledì, 26 settembre 2007
Delle cose che ti devo raccontare

Torno alle cinque e mezza della mattina e ti trovo seduto sul letto che mi aspetti sveglio. Mi dai il buon giorno e attendi che finisca di spacchettare lo zainone, farmi la doccia, leggere qualche pagina prima di recuperare il sonno perduto sull'autobus.
Mi fissi intensamente come a dire "Dai, susu, racconta?!" e hai gli occhi grandi e il sorrisino a cui non si può dire di no.
E allora inizio, dal principio. Da coinqua antropologa e io, con i nostri zaini su una metro impacchettata di persone, questo venerdì sera. Arriviamo a Oaxaca e girando per le vie deserte ho la strana impressione di una città del profondo sud italiano. I muri gialli, la stanchezza sulle spalle e un ostello da cercare.
Ti dico, sai alla fine abbiamo trovato un buco di stanza a 10 euro a notte, un letto matrimoniale e due sedie in un'angusta stanzina dove ci stavamo a mala pena con gli zaini, ma alla fine ci siamo adattate benissimo. La città ci ha accolte con giornate calde e soleggiate, dove ce ne siamo rimaste spesso a bere una birra in una qualche piazza, sgranocchiando nachos e ulteriori schifezze e osservando la varietà di mondo che passava per questo quasi-profondo-sud.
Mi fermo a pensare e mi esorti a continuare.
E' che ho ancora in testa il cielo di una tarda mattinata a Monte Alban, le piramidi zapoteche, la coinqua che mi spiega i glifi e il perchè, dopo aver visto questo luogo meraviglioso, una civiltà simile si chiamasse "popolo delle nuvole".  Rimaniamo del tempo a guardarci intorno dalla cima del complesso nord e non ce ne vorremmo più andare.

Questa città è soprattutto colore, ma è anche scritte di proteste sui muri, di un passato recente che non si lascia cancellare. Una porta di un palazzo del centro porta impresso su di sé il marchio della protesta: "No queremos presos politicos sino politicos presos". Anche qui c'è polizia, nelle piazze, per le strade. Non hanno il mitra spianato come accade qui, nel DF, ma i cartelli elettorali in giro per la città ci portano a chiederci cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane.
Il piccolo gioiello si conserva intatto, all'apparenza; cancellate con il colore del presente quelle scritte, potrebbe essere una città di un qualsiasi sud. Eppure tutto lascia una traccia.
E c'è un signore che mi si siede a fianco e commenta un articolo della Jornada che tengo aperta sulle gambe; basta poco per arrivare a parlare dei mesi passati, dello zocalo di qui, presidiato completamente, delle aspettative per quello che verrà.
Quest'uomo ha i baffi da Zapata e porta il nome di un presidente messicano.

All'alba delle sei mi rigiro nel letto e mi viene da ridere, ripensando alla mia idea di comprare una tavoletta di cioccolato per il viaggio; ritirandone fuori il cadavere dallo zaino tre giorni dopo, ci ritroviamo a dover leccare la carta nel mezzo di una piazza, ridendo come due sceme. E ci confortiamo pensando che siamo state brave ad arrivare sino a qui, proprio brave, anche se magari poi i progetti cambiano, ci piace essere qui e goderci il panorama.
Salutiamo la città con gli zaini in spalla. Un addio più lento del viaggio in autobus sino alla stazione, da dove partiremo. Di notte c'è una enorme luna piena, le strade portano ancora i colori della festa dell'indipendenza, mentre si lasciano attraversare dal nostro passo deciso, ma appesantito.

Finisco di raccontare a bassa voce e hai già preso sonno. E' ora di spegnere la luce.
Buona notte...

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on the road, quotidiano animale

venerdì, 21 settembre 2007
panni sporchi

Fare pulizia dei sentimenti sporchi. Metterli in lavatrice col programma a 90 e restare a guardare come girano e girano e girano.

Perchè il Messico è un nuovo amore, che sta cercando di conquistarmi in tutti i modi e, non so bene come o perchè, ma fare la ritrosa e guardare indietro viene naturale. Eppure.

Eppure quando sei in mezzo al traffico ti viene da ridere perchè, malgrado hai una cena da gestire e ci tieni tanto che venga bene, non ti importa nulla di arrivare 10 minuti più tardi.
Perchè passare alle 9 di mattina per il centro di Coyoacan e vederlo deserto, sentire il freddo mattutino che pizzica i piedi e alzare qualche schizzo dalle pozzanghere, lasciti del diluvio del giorno prima: tutto ciò, ti fà stare immensamente bene.
Quando stai pensando che stasera intraprendi il primo viaggio breve fuori dal Distrito Federal, non vedi l'ora e scalpiti, conti poche cosette da sbattere nello zainone e riempi l'i-pod di canzoni dei beatles. Che col Messico non c'azzeccheranno nulla, ma i viaggi hanno sempre bisogno di una loro colonna sonora.

Strizzi i panni nella bacinella, ripuliti e sbiancati dalle macchie di qualche tempo fa.
Stendi al sole un sentimento ripulito e lo lasci asciugare all'aria; anche ci dovesse mettere qualche ora, qualche giorno in più, ma dopotutto sai già che ne vale la pena.

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vida de barrio, quotidiano animale

martedì, 18 settembre 2007
Un fine settimana di... grito

Sopravvissuta al fine settimana di bordello per l'Indipendenza, restano una serie di flash da macchina fotografica.

Il Signor Verosudamerica, calato dalle montagna all'alba, al cancello della Pensione Marchesa, con del caffè pugliese come pegno in cambio d'ospitalità.
I tacos mangiati per strada, tra cui una cuccuma piena di lingua navigante in salsa verde che ci occhieggiava promettendo maledizioni di Moctezuma.
N birre consumate in cantine sparse per la città.
La prima pizza.
I pigiami prestati che fanno troppo ridere.
Uscire da una mostra di fotografia toccante e trovare un arcobaleno nitido e pieno di speranze.
Lo Zocalo e la gente che ha ancora bisogno di credere. E noi tre lì in mezzo a guardare questa piazza immensa divisa tra polizia e cittadini.
L'attesa eterna al banchetto di quesadillas, con una fame ma una fame che mentre io finivo la prima, lui se n'era già spazzolate due.
I fuochi artificiali che non abbiamo visto e il grito per l'indipendenza durato anche troppo poco. Le facce della gente che urla "Viva!" e una folla che ci comprime come sardine mentre cerchiamo di entrare tutti nella piazza di Coyoacan.
Ballare, ballare, ballare, con la testa leggera e i piedi che scivolano sul pavimento.
L'ultima birra prima di chiudere la serata - entriamo in una specie di pub dal soffitto bassissimo e mi esalto quando riconosco l'inizio di Desire. Noi, piccolo baluardo di 4 italiani nel pieno delle fiestas, restiamo sino a che non mandiamo a letto anche gli ultimi messicani, all'alba delle 3 e mezza -.

Due pc a tavola, tre paia di
occhiaie, il caffè fresco e le ultime notizie del giorno prima.
Era domenica mattina.

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quattro sotto un tetto, vida de barrio

mercoledì, 12 settembre 2007
Di quelli che ti chiamano "mala persona"...

e tutto sommato potrebbe non dispiacerti poi così tanto.

Mi ricordo quando, seduta a una conferenza pallosa e di cui stavo capendo la metà, la tua amica mi ha infilato in mano un bigliettino che non ho più. Ed esordiva con "Hola niña". Ricordo che quel pomeriggio siamo stati a impiastricciarci i pantaloni sull'erba e il terreno era umido e freddo, con un libro e la nostra amica E. che tentava di leggere in portoghese e mi chiedeva cosa volesse dire avó.
Sul pesero, di ritorno, tiri fuori il cellulare come fosse la cosa più naturale di questo mondo e ci segni il numero che ti sto dettando. Mentre scendo promettendo un invito a pranzo, un po' non ci credo e non me lo spiego.

Succede che la settimana successiva a pranzo ci vieni per davvero, questa volta con E. e una sua amica. Cucino e il sugo con le melanzane non mi è mai venuto così buono, malgrado attimi di panico di fronte ai pelati acquosi e tristi.
Passano due ore, dopo che ci salutiamo, e mi arriva un messaggio. Arriva, mentre io picchiettavo la testa contro al letto, pensando che non c'era stato che un minuto in cucina per ciarlare a tu per tu, mentre davi sfoggio di millantate abilità nel lavaggio dei piatti. Il sorriso inizia a allargarsi, così come una punta di euforia lì, alla bocca dello stomaco.

Ieri. Finisco la lezione e scendo le scale chiacchierando con due compagni di corso, quando al primo piano te ne stai seduto di fronte a me e mi chiami - o forse ti vedo prima io- lamentandoti che non rispondo al cellulare. Malgrado tu sia lì con i tuoi amici, mi raggiungi anche a fare le fotocopie, ti fermi con me e O., per pranzare noi tre. E io penso: questi due non andranno mai d'accordo; invece non è vero, me ne sto buttata sul prato con il cielo grigio scuro e dei gran nuvoloni che annunciano pioggia. Parliamo di idiozie, di borrachera e di coppiette che si rotolano felici all'orizzonte.
E' tutto così naturale che mi sembra semplicemente troppo. E' lì che scopro che tra sei mesi sparisci, te ne vai a studiare altrove, come me ora. Tre secondi di doccia fredda e poi tutto come prima.
Sono gli istanti in cui ti guardo fisso mentre ti stai allontanando e ci lanciamo le ultime punzecchiature (perchè noi ci punzecchiamo, costantemente) che mi lasciano assorta per le due ore successive, lo sguardo su un foglio pieno di disegnini mentre mi perdo la lezione di letteratura.

E il tutto continua tra sms e msn. Tutto ciò per convincerti del tutto che "non sono una mala persona", malgrado la tua presenza mi susciti l'acido caustico nelle vene. Come te lo spiego io, che quando qualcuno mi piace o mi zittisco o do sfogo alla cattiveria? E te lo chiedo, "ma via, cosa devo fare per convincerti?!".
Così domani andiamo a pranzo.
La cioccolata dopo la offro io.

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io e ormone pallato, vida de barrio, quotidiano animale

giovedì, 06 settembre 2007
Teoria della relatività

Ci sono giorni in cui essere lontani non vuol sempre dire starsene appollaiati su una sedia sfondata, in un appartamento a piano terra e con i muri gialli, nel mezzo di un complesso di palazzotti con vigilanti che ti salutano ogni volta che passi, in una stradina che sta a metà tra una Avenida e un grande Eje della Gran Ciudad, dove ti ritrovi a metà tra Copilco e il centro di Coyoacan, nella zona sud di questa enorme, spianata di case e palazzi senza fondo e senza fine.

Ci sono giorni in cui semplicemente sei qui, senza che questo implichi il Non-essere da qualche altra parte.
Giorni in cui, vorresti, ma il tempo per mettersi e  buttare giù qualche email decente ti scappa via tra un caffè con biscotti e la doccia prima di uscire.
La saudade c'è, come ieri, mentre girellavi al supermercato e hai pensato intensamente a Bologna, alle Signore tutte quante e hai finito per comprarti una decina di sushi-roll. Perchè sfondarsi gioiosamente al giapponese era uno degli sport preferiti, insieme alla chiacchiera con tisana e alle cene in casa.
E ti manca il non avere un pezzo di legno dove appiccicare tutte le tue foto, per averle sempre lì e guardarle quando c'è bisogno, e saperle presenti quando non ce n'è.

Vivere qui vuol dire anche sapere che, se internet e tutto questo mondo di elettronica possono attenuare a tratti gli oceani e le distanze, questi spazi esistono e ti restano ficcati in testa quando hai appena finito di fare colazione e il pc segna, di già, le 15 e 44 di pomeriggio.
Eppure ci sono persone nuove, un numero di cellulare e l'amichevole offerta di un cinema da questa ragazza timida, dai vestiti buffi che le stanno a pennello, la prima a salutarti e attaccare bottone ad un corso che sembra affollato di megere che fanno gruppo e ti guardano dall'alto in basso.
Ci sono inviti a pranzo, programmi per le prossime settimane e infinite occasioni di cui approfittare, Fiere di Libri e Conferenze bellissime.

Vivere qui vuol dire tirare il fiato una volta arrivati a casa la sera e a volte, semplicemente, sprofondare in un sonno pesante e pronfondo, per sfogare nell'onirico tutto quello che non sei riuscita a dire, fare, pensare nelle passate 24 ore.

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vida de barrio, quotidiano animale

lunedì, 03 settembre 2007
Ay, mujer...

Sei seduta sul pesero strapieno. E fai spazio, nel tuo angolino, per far salire uno tra i rari esemplari di *Messicani Boni* che ti si pone esattamente di fronte. In un momento di vaga estasi, mentre non riesci a non lanciargli qualche occhiata, ti ritrovi a sorridere tra te e te, pur senza dimenticare che sei seduta contromano a fianco alla marcia del veicolo, che viaggia  a certa velocità sull'Eje 10 della Gran Ciudad e se frena d'improvviso potresti, volente o nolente, appiattirti violentemente sul vetro già incrinato.
Ma tutto ciò non smette di piacerti, nel suo caos allegro, che non può che definirsi tale.
Vi scambiate qualche convenevole, nella assurda posizione a cui siete costretti; attendi di scendere poco oltre casa tua, per quelle due parole in più. E lui ha proprio una bella voce e i modi gentili che ti aspetteresti.

Era lunedì scorso, stavi sulla balconata di filosofia a fissare lo spazio enorme de Las Islas (immenso pratone con boschetto nel pieno della facoltà, costellato di coppiette limonanti e rotolanti). Così t'accorgi che un tipetto assai curioso ti osserva con aria sorniona e sorride. Attacca bottone nella maniera più strana che ti sia capitata "Guardavi le nuvole? Certo sono proprio belle stasera".
La tua faccia faceva più o meno così O____O
E si scopre che codesto tipo, che ti parla dal suo metro e 60 di figurino palestrato, è un Addestratore di Cani Filosofo. E se ne va in giro con in mano un classico di Platone con la naturalezza che solo i filosofi puri, t'immagini - pur non avendone mai incontrato uno -, potrebbero avere.
Insieme alla chiacchierata e a questo sorriso che ti porti dentro, chè l'Addestratore Filosofo un po' non t'era mai capitato, si premura di annotarti anche Due numeri di telefono. Casa e cellulare. Filosofo e pure un po' ingegnere, forZe.
Oggi è lunedì. E speri vivamente di non incontrarlo. Lui e la sua idea di te come "angelo bianco che cala dalla scalinata (grigia e sozzina) di Facoltà con dimolta grazia". Avevi la gonna bianca e il boccolo a prova di bomba.
La gonna bianca verrà d'ora in poi evitata durante il periodo di lezioni.

E infine c'è il Rockettaro, compagno di uno dei corsi di brasiliana che, durante una estenuante conferenza, ti manda bigliettini chiamandoti "niña" e reclamando il tuo aiuto per una traduzione in italiano (si noti che codesto ignora quanto certi nomignoli possano farti UnCertoEffetto). Si svela poi che vuole che gli traduca un intero fumetto, versione raccapricciante dell'arcinoto Pinocchio. Così, passate due ore a farvi il culo verde sul pratone, mentre tu spieghi e scavi nella memoria per trovare le parole giuste, e lui pare vagamente indeciso tra il guardare le figure e occhieggiare la tua scollatura.
Non contenti, ci si dedica a un giro al Fondo di Cultura Economica dove svendono libri. Uscire da una libreria con tre libri pagati 2 euro (in totale, sia chiaro) è causa di estremo godimento. E mica libracci di quart'ordine e edizioni farlocche.
Sul pesero, verso casa, c'è uno scambio di numeri di telefono e la promessa di una futura cena in compagnia delle ragazze del corso.
Passi il finesettimana con un occhino al cellulare e un piede a mezz'aria, domandandoti se, tutto sommato, si riesca ancora a perdere qualche briciola di sanità mentale per così poco.
L'attesa di una risposta che non arriva viene immediatamente consolata con un giro palliativo -e finanziariamente disastroso - al mercato domenicale di Coyoacan.
-Con Coinqua Antropologa s'é ormai stabilito che non ci possiamo tornare più di una volta al mese, per la sanità del portafogli e la futura pesantezza delle valigie del ritorno -.

La Gran Ciudad porta distrazioni, una serata con amici, dove gli amici degli amici sono decisamente "fresa"* e un tantino insopportabili, una feria di quartiere dove seguitano a sparare botti e a metter musica improponibile sino alle 3 del sabato notte, un banchino, dove comprare collane colorate e orecchini di semi è la cosa più bella del mondo; così, tutto sommato, si finisce per dimenticare anche il silenzio virtuale di quel messaggio mancato. Ed è così facile non pensarci più.


*fichetti... per come possono esser fichetti i messicani. Compatati alla media italiana, potrebbero quasi considerarsi freak. E ho detto tutto.

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quisquilie e vanità, vida de barrio, quotidiano animale




Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin