Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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Viaggiatori senza orologio

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La Granduchessa di Toscana, Maestra di Couscous e anche lei ambasciatrice in Terra Brasilis
Edi, Signora dal capello sempre perfetto, ha abbandonato la Città Rossa per la seducente CapitalCity
L'AVciDuca Sgrevio del Regno di Sicilia, Bardo per la Casata della pasta al forno
La Baronessa Calzino delle terre gaeliche, fondatrice della setta Mapocake

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Lillo è il nichilista assoluto,
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mercoledì, 27 febbraio 2008
Balloon head

Ogni tanto in questa GranCiudad alzi lo sguardo e, appese ai fili onnipresenti della luce, vedi un paio di scarpe. Capita spesso di vederle, qualsiasi sia il barrio, appese per i loro lacci.
A quell'altezza, mi dico, chissà come ci si deve sentire. Chissà come si vede il mondo.

Hai la testa per aria, ha la forma di un palloncino. E il pensiero Tesi, che sistematicamente rifiuti, incombe; tanto che hai una bibliografia, hai i libri, hai il tempo e non hai ancora iniziato nulla. Zero. E in questo momento dovresti essere di là, con il tuo caro ArgomentoSerio... che ti fa venire nausea e voglia di frivolezze, tanto pare compìto. Mi sembra:

un manager di Milano in gessato grigio, con la camicia bianca
stirata e perfetta, i gemelli complementari alla cravatta, del Profumo Armani addosso
e una ventiquattr'ore in mano, il viso tirato in attesa del metro.


E a me, a vederlo così, viene voglia di fare tutt'altro.
Giocare a carte, disegnare, leggere altri libri, uscire e rimanere a parlare ore, cazzeggiare sui blog, scorrere tutti i giornali online possibili, fare shopping compulsivo, vedere il peggio del trash messicano per tv, cercare film e vederne 3 in una sera.


In questo periodo hai messo da parte anche la scaldabigolaggine (credito alla Plett per la scoperta di un termine che calza a pennello). Il motivo c'è e, al solito, potresti rimproverartene ore.
Eppure, quando ti trovi davanti un sorriso e una voce che fanno ridere sino allo stomaco, quando improvvisamente ti senti bellissima anche con il paio di jeans che, essendo in viaggio, ormai camminano da soli tanto sono stati usati.
Quando perdi interesse per il Resto, per chi ti cerca ripetutamente e anche per chi tu hai cercato spesso senza risultato.
Allora sì, pensi che hai lasciato da un po' un metaforico cuore rosso sulla cima di quel mirador, a guardare una valle e delle montagne che mozzano il fiato.
Prima o poi tornerai a prendertelo.
Prima o poi qualcuno te lo riporterà.
O semplicemente se ne verrà a casa da solo.

Adesso è lì.
Almeno che si goda lo spettacolo.

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laureanda con giudizio, doctors corner, vida de barrio, quotidiano animale

lunedì, 25 febbraio 2008
A cloud in trousers

[...]

The self does not care
whether one is cast of bronze
or the heart has an iron lining.
At night the self only desires
to steep its clangour in softness,
in woman.
 
And thus,
enormous,
I stood hunched by the window,
and my brow melted the glass.
What will it be: love or no-love?
And what kind of love:
big or minute?
How could a body like this have a big love?
It should be teeny-weeny,
humble, little love;
a love that shies at the hooting of cars,
that adores the bells of horse-trams.
 
Again and again
nuzzling against the rain,
my face pressed against its pitted face,
I wait,
splashed by the city's thundering surf.
 
[...]

V. Mayakovski

E' questo di cui c'è bisogno:
una punta di poesia -seppur condita con disillusione-, nel mezzo di tutto il resto.

Da oggi sparisce la parola Aspettative dal dizionario 2007-2008.

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domenica, 17 febbraio 2008
QuotidianO AnimalE

L'Animale di Pezza. Ve lo ricordate l'Animale di Pezza?
Che poi mica è il suo nome vero. Nono. Ma visto che qui tutti hanno i loro pseudonimi allora perchè negarglielo.
L'Animale di Pezza me l'aveva regalato Zit, il coinquo più pazzo della casetta inglese. E ci aveva scritto a fianco: per i momenti di tristezza e nevrosi cerebrale, ma se ci hai da fare a letto, per favore tappagli gli occhi.
L'Animale di Pezza è passato dall'Inghilterra, all'Italia ed è arrivato sino in Messico, è un emigrante clandestino rifugiato tra la valigia e il letto. E dato che peserà una cinquantina di grammi il tutto gli viene abbastanza bene.
E tu mi dirai, un gorilla di 50 grammi?!
Sisi, dico io, un gorilla di 50 grammi.

L'Animale di Pezza ogni tanto sparisce a passeggio per il letto e non si sa dove venga risucchiato. L'altra mattina l'ho ritrovato nascosto tra un gomitolo di polvere e una busta.
Lo guardo, gli dico: Animale di Pezza, ma che fine avevi fatto?
Lui ricambia lo sguardo con il suo occhino furbo, ma se ne sta zitto.
 Così me lo accollo e lo ripongo nel suo angolo preferito, mentre io me ne torno a studiare.
-Cosa fai?
-Studio.
-Ah.
-Devo fare degli schemi di alcuni saggi.
-Ah.
Tictac tititic tac tac
-Me li fai vedere?
-Se non ti annoi...
-Fammi spazio però.
----
-Comunque Berlin non mi è piaciuto.
-Nemmeno a me.
-E adesso?
-Adesso cosa?
-Adesso basta studiare, vieni qua e ci vediamo un film.



Una tazza di tè, la luce soffusa, le coperte calde e una sensazione che fa tanto casa.

Credits: foto di Gregory Colbert.

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quattro sotto un tetto, vida de barrio, quotidiano animale

sabato, 16 febbraio 2008
Definitivitivitività

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'eterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina potestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.

                                                                            Dante - Inferno



Ecco, diciamo che da oggi sono ufficialmente sotto tesi.
Così sembra più vero.

L'unico brivido è dato da quel "e io etterno duro"...


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sklero gratuito, doctors corner, vida de barrio

venerdì, 15 febbraio 2008
Lei, lui e il palloncino

San Valentin en la GranCiudad es:
una locura di stelline e cuoricini, cartelloni e dichiarazioni d'amore eterno, mariachis che cantano e studentini mano nella mano che camminano ai 2 all'ora mentre tu pensi solo alla bistecca in frigo, che è dalle 12 che muori di fame e sono già le 3; cerchi di sorpassare ma te lo impediscono altri due studentini che arrivano in senso opposto con altri palloncini saltellanti alle loro spalle.
- Continui a camminare a denti stretti, sgusci tra loro e riesci finalmente a allontanarti con uno sprint. Ti lasci alle spalle una scia di sangue mentre un santo si è appena sfracellato sulla coppietta A -

Viabilità -
Camminare per le strade è come cercare di evitare piccioni in piazza San Marco, manco ti fossi tramutata in un seme di mais gigante. Il peggio arriva sul pesero: li vedi come si barcamenano con questi cosi colorati e cuoriformi che manco riescono a passare dalle porte, figurati te una volta che son salite 4 coppiette e lo spazio vitale già s'è azzerato.
Ma ti pare che io debba ritardare il Mio Pranzo perchè sulla combi ci sono più palloncini che persone e al fondo c'è un angiolone
con la testa fuori dal finestrino, che tra l'altro risulta essere tre volte la tipa che se lo accolla, occupando metà dei seggiolini minuscoli?

Ciudad Universitaria - Nemmeno qui si scampa. Inizi a chiederti se tutti stamani abbiano buttato il cervello dentro i bidoni dell'organico. Che qua si fa il differenziato eh.
Ti guardi in giro e li vedi: lui, lei e un coso gigante che svolazza al loro fianco.
Ma dico io, grullo d'un uomo, ma le puoi regalare un orso yogi grandezza naturale alle 8 de mattina, che poi finite a scarrozzarvelo, te e quella tappa della tu' fidanzata, tutto il giorno da un'aula all'altra?
Che poi alle lezioni ci viene anche lui e magari vuole pure partecipare, mentre io sono seduta per terra che non c'è un buco dove infilarsi.



E dire che, prima di notare tutto questo (ribadiamo, tu, alle 11 di mattina e senza del caffè in corpo hai il livello d'attenzione di un'ameba svenuta), stava quasi per scapparti un invito a pranzo a un tale che, per scarsa disponibilità, potremmo ribattezzare ScusaPronta.
C'ha pensato il cellulare a non inviare il messaggio (forse per intasamento delle linee? Forse).
- Meglio così. Non vorresti essere fraintesa. Il tuo cervello è ancora ben saldo alla scatola cranica. -

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sklero gratuito, vida de barrio

lunedì, 11 febbraio 2008
getting to know you

Ci sono cose che riescono ad arrivarti dentro nelle forme più impensate.

E' l'incazzatura politica e l'aria angosciata con cui s'incrociano sguardi con la Paraguaya parlando e disperandoci sui recenti avvenimenti. E si pensa all'espatrio.
Espatrio, nei flussi di pensieri di questi giorni, si collega direttamente ai paesi del Sudamerica, a uno in particolare. La mancanza si fa tarlo che rosicchia e crea lunghe gallerie dentro alle trafile di riflessioni che accompagnano le ore di autobus tra il DF e Angangueo.

Il gruppo dei 9 parte alla volta del Michoacan sino a scongiurare le peripezie e arrivare a destinazione, al santuario delle mariposas monarcas. Avrebbero potuto ribattezzarci la compagnia della comida, per la quantità di cose che siamo riusciti a portare e -rigorosamente- finire nel giro di 24 ore: 1 kilo di pasta fredda, 13 panini prosciutto e formaggio, svariate uova, frutta e una sfilza di tortillas paraguayane buonerrime.
L'andata acquista subito quell'atmosfera da gita scolastica: tutti seduti in fondo a commentare e ridere sonoramente dei pessimi film che hanno passato per le 4 ore e mezza di viaggio.
L'ostello e le sue stanze effetto pinguino non sono riusciti comunque a raffreddarci; dopo essere stati ospitati nel comedor, dove s'è dato fondo alla pasta a suon di vinello rosso, siamo rimasti su sino all'1 in allegro cazzeggio.

Ore 6 e 30: la sveglia suona impietosa.
Ci attende fuori una camioneta con cassone scoperto, dove ci appollaiamo, cercando di combattere il freddo assumendo posizioni il più raccolte possibili.. tipo ginocchia in bocca e gomiti conficcati nei fianchi, mentre la polvere si solleva sulle nostre teste.
Una volta giunti, rimesse in sesto le giunture congelate, ci s'è rifocillati con un paio di quesadillas e un café de olla, prima di intraprendere la ripida salita che ci avrebbe portati di fronte a uno spettacolo inimmaginabile: rami di alberi piegati da una folta chioma marrone scuro, che si sarebbe presto rivelata uno stuolo di farfalle ancora addormentate all'ombra del bosco. Solo con il calore dei primi raggi di sole, filtrati tra gli alberi, i primi gruppi iniziano a svegliarsi e piano piano ad aprire le ali congelate dal freddo.
Resistiamo due ore nella macchia semiombrosa del bosco, mentre l'umidità ci si incolla alle ossa.

Già a metà, la giornata si rannuvola e preannuncia una grandinata senza conseguenze; rinunciamo dunque agli stuoli di farfalle su prato, per farci coccolare da una coppia che prepara meravigliosa carne asada con nopal, fagioli e riso. Rimpinzati a dovere, risaliamo sulla medesima camioneta che, sballonzolando tra dossi e polverone, ci riporta a Angangueo.
Girovaghiamo assonnati e stanchissimi per il paesello, trascinandoci dietro le nostre occhiaie come bagaglio a mano, mentre il tempo sembra non voler passare più.
Lunghe attese alla fermata dell'autobus per poi scoprire che per il DF alle 5 non ci sono più camiones... mentre ogni persona a cui domandiamo continua a dirci una cosa diversa e noi non si sa più che pesci pigliare. Risolviamo con una combi per Zitacuaro, da cui riusciamo a prendere un autobus sino al buon vecchio DeFectuoso.
Passano Face Off, resto assorta tentando di dormire, mentre il pensiero volge sempre altrove: conoscersi, riconoscere limiti e debolezze, accettarle con una carezza.

Oggi: scavo nei ricordi impressi su pagina bianca, esco per distrarmi, scrivo e riscrivo - dopo tempo - in verso, casco nello sciocco tentativo di mandare un messaggio che resta senza risposta, rido delle mie paturnie e preparo gamberetti al pomodoro intrattenendo conversazioni su msn.

Ci sono persone che possono colpirti ancora e ancora, più di quanto potessi lontanamente immaginare.

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on the road, io e ormone pallato, vida de barrio, quotidiano animale

giovedì, 07 febbraio 2008
All about a girl who came

How do you feel by the end of the day?
-dopo una serata di despedida e aver dormito cinque ore scarse. La risposta è dentro di te... cruda!-
C'è un oceano che si apre sotto la pancia di un aereo. Immagino, la luce dal finestrino, le riviste sparse sul sedile vuoto a fianco, la musica nelle orecchie. Una colonna sonora costante anche per questo viaggio, i pezzi ripetuti ossessivamente tanto da averli imparati a memoria in pochi giorni.

I've just seen a face I can't forget

Ripercorro in direzione ostinata e contraria; ore che sanno di quotidiano nel DF, l'università, camminare con lentezza lungo corridoi conosciuti eppure così lontani nei ricordi. Alzarsi presto la mattina e vedere il coprimaterasso arricciato e le coperte litigate durante la notte. Una lezione, due lezioni, mezz'ora di ritardo al metro e inizio a preoccuparmi seriamente. Rivedere facce amiche dopo un mese, un bacio, un abbraccio, un filo sottile di imbarazzo: spaccati del mio mondo, passato e presente.

I want you so bad it's driving me mad

Mattina: la luce che entra dalla finestra a sinistra del letto; il caffè è già pronto in tavola, insieme ai biscotti troppo dolci e al latte. Cantare fino a stancarsi, una doccia compartida, giocare a scopa -mazzo, ori, settebello, rebello, primiera- e sentirsi un po' comadres nella casa vuota, dove risuonano solo le nostre voci.
"Got to be a jocker he just do what he please" -
Uno sguardo complice, uno scambio sottile di battute. Passi che scendono lungo le scale, una chiave che gira nella toppa (suspence). Mille birre consumate con un bicchiere comunitario e, chissà come mai, le cose si incastrano così perfettamente che non ci si può credere.
"Ti prego, portami a fare shopping"; un pranzo vegetariano, un paio di compere, un sarape piccino e coloratissimo, due passi sino al mirador. Accollarsi gli zaini sulle spalle un'altra volta, with every mistake we must surely be learning, decidere che si riparte.
Ridere forte, ridere a cuore aperto, per concentrare tutto quello che questi mesi hanno sottratto e sapere che ci siamo, che siamo vive e sopratutto presenti.
Cambiare i piani all'ultimo -per riadattarci, ci diciamo-: una decisione al volo alla stazione del bus e Zacatecas, con i muri colorati, le stradine in salita e una legione di extranjeros allegri e alticci all'ostello.

The sun is up, the sky is blue, it's beautiful and so are you
Giorni di sole, spiaggia, docce fredde a mezzogiorno, un caffè espresso fuori dalla civiltà e lunghe chiacchiere che fanno scorrere più veloci le ore, specie dopo il calar del sole.
La pelle si colora, si scotta, si screpola. Giorni di ruvidità, occhiaie e sconforti, contando le ore di viaggio che ci avrebbero atteso: alla fine ci siamo fermate a 52 in 2 settimane, da vere mochileras.
Sopravvissute alle punture recidive, alla sabbia che non ti si scolla di dosso neanche dopo 3 giorni, al non truccarsi, a Gilberto, l'amico a 8 zampe che aveva presidiato il soffitto del bagno di San Blas, alle lenzuola sozze, ai cambi dell'ora tra uno stato e l'altro, agli autisti che mettono contemporaneamente musica e un film alle 2 di notte: don't you know it's gonna be all right.

The minute you let her under your skin
Di corsa, verso l'aeroporto. Quattro chiamate perse, già sento le tue bestemmie. Mi aggiro per il Benito Juarez e non ci sei. Tre secondi di panico.
Guardarsi e riguardarsi, presentire la strana sensazione che un pezzo di quello che era, adesso è qui. Eppure ci mettiamo un po' a rendercene conto, a recuperare, in questa dimensione enorme e diversa, quello che c'era.

Hai vissuto al centro della grande cornucopia che è il Messico, sei entrata nella sua pancia di balena, sguazzandoci dentro, vissuto le intensità di cui tanto ho scritto e parlato. Vedi, there's
Nothing you can make that can't be made.
No one you can save that can't be saved.
Nothing you can do but you can learn to be you in time.
It's easy.


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Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin