Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalitĂ , i minuti e le sciocche banalitĂ , "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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venerdì, 31 ottobre 2008
a sei kilometri di curve dalla vita

"...che preferisci rimanere solo qua
nella provincia denuclearizzata,
a sei chilometri di curve dalla vita
e dire a tutti che sto bene, sto benissimo..."



A più di sei kilometri di curve dalla vita, si apre la provincia del Valle, dove ogni distretto conta circa gli abitanti di Bologna, sparsi tra un paesino e l'altro. Ed è proprio lì che arrivi a capire davvero che, se casa la fanno le persone, casa sarà dove sarai tu e dovunque costruirai qualcosa: così nascono nuove relazioni, scambi, chiacchierate notturne davanti a un brodo caldo, per riscaldare gli animi pungolati dal vento freddo, quello stesso vento che si leva la notte all'ombra dei vulcani del Valle de México; quello stesso vento che gonfiava il tendone del Festival di Chalco in queste ultime sere.

Qui ti accolgono come una figlioccia, ospite in casa di una vera matrona messicana, che non ti fa uscire la mattina senza una colazione "come si deve" -ossia, come si deve in Messico-: e dunque, si riscalda al volo la carne, il riso e le tortillas, un poco di tè e pan de muertos, così da affrontare la lunga giornata e le ore che separano dal pranzo, che arriva solitamente tra le 5 e le 6.
Qui, ti fanno prolungare la permanenza di un giorno, per tornare al DF a sbrigare delle cose, con la voglia di raggiungerli nuovamente nel finesettimana, per i festeggiamenti dei Dia de Muertos. Vedere funzionare un Festival Culturale dall'interno ti fa pensare a un eventuale futuro, a qualcosa di costruttivo e concreto che funzioni a partire dalla gente e per la gente. Osservi l'energia, l'impegno e le risorse umane che ci vogliono, parli un po' con tutti ed eserciti qualcosa di rinnovato: la fiducia in un circolo di semi-sconosciuti che ti prende per mano. E in questi casi, lasciarsi portare diventa piacevole e affatto faticoso: non ci sono balletti di formalità, anzi, ti danno la libertà di chiedere, accompagnare, partecipare con volontà o anche solo con la propria presenza. In fondo, se quello che ti domandano è di presentarti come straniera e laureata, per dar lustro al loro Festival, tutto ciò che ti è dato in cambio è impagabile: tempo, dedizione, un tetto e un pasto caldo, sempre, interesse umano e sincero.

Rientrare verso il Monstruo ti fa capire quanto ci sia di maschile in questa città: ti prende e ti accoglie tra le sue braccia come il più dolce degli amanti, per poi esser capace di rifiutarti con i suoi silenzi (E ormai hai ben chiaro che i silenzi possono sì amplificare le emozioni, tanto quanto riescono a ucciderle). Allora la odi, ci litighi, ti impazzisce, mentre fiumi di gente e auto ti scivolano intorno e pensi solo ad essere altrove.
Eppure, basta una mattinata di sole, un gracias all'edicola e un caffè per tornare a fare la pace con se stesse. Tra una salita nel Tren Ligero e una discesa nelle gallerie del Metro, ti lasci incantare dai riflessi del sole sui palazzi sgarrupati; il pensiero corre alle proposte che ti stanno facendo in questo paese e ti metti di fronte a una nuova realtà possibile. Qui vedi una te stessa diversa: meno mediocre, meno pesante e con un numero decisamente inferiore di paturnie a strozzarti le emozioni in gola. Allora ti chiedi cosa sia più giusto fare: se restare e approfittare delle occasioni, impulsi e sensazioni che ti stanno dando qui e che non sono pochi, o piuttosto imparare a portarsi dietro questa nuova te, per saperla vivere anche oltreoceano.

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domenica, 26 ottobre 2008
Annaspare

come pesci nell'acqua.

Vivere il Messico a pelle è ritrovarci, mettendo anche solo un'unghia di te dentro, tutto il meraviglioso e il nefasto. Sin dal primo momento, sembra non sia passato un giorno da quando piangevo a dirotto all'aeroporto, davanti allo sguardo perplesso degli omini targati Iberia; da quando ho conosciuto il bell' uomo catalano con cui s'è piacevolmente chiacchierato durante il volo. A lui è dovuto il piacere del primo caffè del giorno, all'aeroporto di Baracas: era l'alba di una mattina di luglio. Era -quasi- ieri.

Rimettere i piedi dentro al Monstruo vuol dire sapere in anticipo ciò che ti attende: il caos e i licuados, i colori vivi e il cielo senza una stella, il sole che riscalda sin dalla mattina e l'aria torrida del metro, i tacos de la esquina. E ancora il tempo investito e quello rubato, la stanchezza di una giornata intera fuori che ti cade addosso, in una botta sola, appoggiata la testa sul cuscino; la gentilezza degli uomini che, per non dire sempre, spesso nasce nell'evidenza di un secondo fine.
La cortesia e l'accoglienza della provincia (con due ore e mezza di viaggio per raggiungerla, per avere la certezza che sì, sei sfuggita anche all'ultimo tentacolo del Monstruo) si rivelano nello sguardo vivace e stanco di un giovane Segretario della Cultura, che ti porta in giro tutto il giorno e ti presenta l'intera organizzazione del Festival cui parteciperai. I tacos di cecina del mercato e i succhi boing alla guayaba sono l'unica scusa per il pasto della giornata, mentre addentiamo un discorso sul futuro e uno sul passato, mastichiamo aspirazioni, qualche sogno e confrontiamo storie dal sapore antico.
Arrivo alle 6 del pomeriggio e mi trovo stordita da tanto parlare spagnolo: ho solo voglia di mettere i piedi su un pesero che mi riporti verso il Distrito Federal, per scomparire tra i suoi serpenti di luci gialle in movimento. Ma non sarà prima delle 9 di sera che tanto ferfore cederà, davanti alle occhiaie ormai stampate sotto i miei occhi.
A chiudere la suddetta giornata epocale c'è stata un'ora di motorino in notturna. Lo Zelante Segretario, che si definisce Tuttofare di seconda, mi ha portata per gli sterrati della provincia, passando per strade lunghe e buie che tagliano lagune, mentre intorno i paesini di luci si arrampicano pazienti sulle colline e affacciano i loro riflessi minuti sulle distese d'acqua nera. Abbiamo attraversato l'Estado de México, passando vicino ai tre monticelli che si vedono scendendo dal nord, una volta rivolto lo sguardo sino al profondo sud del Valle; e ancora, i barrios, la gente per le strade alle 10 di sera, i negozi aperti, un'infinità di taquerias improvvisate e di matrone sedute sullo sgabello a servire passanti e vicini affamati. Mi dice: vedi, qui siamo già al DF e non più nell'Estado de México, si nota la differenza, non è vero? E ancora: e questa è Itztapalapa, anche qui è diverso rispetto a Tlahuac, è meno "periferia". Ecco un mondo in cui pochi kilometri sanciscono sfumature, marcano differenze e sottolineano condizioni a cui adeguarsi.


DF è sentirsi a casa dopo poche ore, arrivando ad annaspare nella propria ciotola d'acqua proprio per lo stupore, acuto e quasi dolente, di quanto questa fetta di mondo sia conosciuta.
E' mancato il riambientarsi, il distendersi della gamba per compiere il primo passo: sono qui e ci sono sempre stata, sono qui e ho poco tempo. Ma il Monstruo mi ha già annusata e messa sotto la sua ala scagliosa e un po' puzzolente. E io non so fare altro che aggrapparmi a una delle sue unghie, come a un peluche ruvido che concilii il sonno ancora scosso dal jat-lag.

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mercoledì, 22 ottobre 2008
Di lĂ  da quella

Il soggiorno illuminato da su una stradina che potrebbe essere quella di una qualsiasi città: di fronte, una casa arancione acceso e le tende azzurrognole che ricoprono ogni vetro del palazzo a fianco. Il quartiere, pieno di ristorantini etnici e qualche negozio vintage ha un'aria poco familiare e del tutto diversa dal sud della città e dal condominio dello scorso anno.
Abbiamo: una sala infinita, tre camere da letto, una cucina funzionante il cui forno non rischia di farci esplodere se messo in funzione, ben tre, e dico tre, bagni. Due con doccia. A pasturare in giro, il Signor Verosudamerica e due parigini, che ti hanno gentilmente concesso più che un angolo di pavimento per la tua permanenza.
Questa è la Condesa, uno dei quartieri bene, appoggiato tra l'enorme parco di Chapultepec e il Centro Historico della Gran Ciudad. Con i suoi viali alberati, i puestos delle edicole, le strade ben tenute, la tranquillità di una zona residenziale di un "certo tipo" e qualche parco qui e là, a tenere lontano il frastuono di traffico e gente su Insurgentes Sur.

Dopo un viaggio di dodici ore sui 50 cm x 50 offerti dalla British, nonchè una coppia di silenziosissimi e quanto mai riservati abitanti delle Highlands, non si può desiderare altro che due chiacchiere di fronte a una Negra Modelo* e dei tacos del Tizoncito (posto che sfoggia una lunga tradizione di ottimi tacos al pastor). Anche se, a buttarla sui numeri, sei in piedi dalle 6 e mezza di mattina, hai dormito poco più di 4 ore in aereo e il tuo personale fuso segna le 4 di mattina, bastano queste due cose per rimettersi in moto.

Ora non resta che smaltire il fuso, visto che ti metti a letto prima delle 10 di sera e sospetti di svegliarti intorno alle 4-5 di mattina, riprendendo sonno intorno alle 7, poco prima che l'aria si riempia dell'acqua scrosciante delle docce, i borbottii della caffettiera, un tintinnare di cucchiaini e allegri scricchiolii di porte e parquet.

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domenica, 19 ottobre 2008
The day before tomorrow

Il giorno prima di domani sarò, sono, impazzita e impaziente, saltellante tra una camera all'altra nella speranza di riuscire a finire tutto il prima possibile.
Siamo sempre a numero 2 valigie, che sia un anno o un mese le cose non cambiano poi di molto. Forse la scelta del guardaroba è solo di poco più mirata all'umore variabile della stagione.
E poi, che dire, ci sono i check in online, i cd buttati sul pc all'ultimo minuto e un treno da prendere per la città stilosa e fichetta per eccellenza.

Ready, steady...

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lunedì, 13 ottobre 2008
Anestesie

Ci vorrebbero

molte più ore di silenziosa tranquillità, di studio concentrato e condiviso in una mansarda luminosa, immersi in queste giornate tiepide di metà Ottobre.
Giornate di chiacchiere con quelle amiche che sono presenti, pur senza essere davvero qui;
ti resta in gola il bisogno fisico di averle di fronte e di sentire quella risata che si riflette in uno scambio di sguardi, mentre si sdrammatizzano i lunghi racconti, affidati al palliativo delle email.
Momenti infiniti dedicati a tutti i non-pensieri che, senza dubbio, si rivelerebbero molto più leggeri e affrontabili dei loro fratelli (quasi) gemelli.
Frammenti di istanti in cui ci si afferra saldamente alle proprie convinzioni autoindotte e ci si crede, bevendosele con felice nonchalance.


Ci vorrebbero
campagne mondiali per anestetici contro i sentimenti localizzati.


[Mancano esattamente una settimana, un esame, una cena e un regalo da consegnare, finalmente, con un abbraccio. Manca soprattutto il coraggio.]

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venerdì, 10 ottobre 2008
Silenzio

La luce bianca colpisce lo schermo e colpisce anche la mia nuca; la sento osservarmi da dietro, con il suo corpo magro ed esile, quanto uno spago teso.
Fumo una sigaretta in tuo onore e mi chiedo dove tu sia sparito. Mesi di silenzio e oggi, aprendo la casella dove sempre ci siamo scritti, ho visto che segnava un messaggio nuovo. Proprio nel momento in cui avevo formulato il pensiero di te.
Non posso descrivere la trepidazione con cui ho cliccato quella scritta blu e il sollievo, nel vedere che fosse solo spam.
E' questa in fondo la storia che ci lega. Non ci siamo mai incrociati nel posto giusto e al momento giusto; ci siamo invece corsi dietro con impazienza, con amore, con il pensiero, con le parole, con i sentimenti confusi dal tempo, sempre troppo e troppo poco.

[Recuerdo el momento en que contestaste a un email que te envié el año pasado, después de haber cortado cualquier contacto, con la angustia y la tristeza de cada vez que intentamos romper el hilo sutil que, más que unirnos, nos aparta el uno del otro. Recuerdo que me puse a temblar y llorar como nena, que la emoción fue demasiado fuerte, aun si estaba en el medio del salón y habia gente en el depa. No me acuerdo de las palabras extactas, pero si me acuerdo de su significación.
Y de como dolió esa vez. Y la otra, y la otra...]


Non è mai stato il momento "giusto".
E ogni volta che ho provato ad andare via tu mi hai trattenuto la mano e non sono stata capace di strapparla dalla tua.

[Recuerdo la noche cuando, mirándote a los ojos frente a una cerveza oscura, a finales de Noviembre, te dije que no quería más saber de tí. Y después te acompañe hacia tu casa, yo iba a lo de un amigo y, bajando del autobus, te agarré de la mano.
Nunca te pude agarrar de la mano. Esa vez ni me miraste, pero igual no la dejaste. Y después volvimos a hablarnos, una y otra vez.]


Dall'ultima email ho perso il conto dei mesi. Tra poco sarà novembre, saranno passati 9 anni.



Adesso e solo adesso me ne accorgo.
Abbiamo smesso di correre, siamo rimasti fermi.

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χάος

Caos
Dentro e fuori, soprattutto nella testa, pulsante come il dolorino sull'angolo sinistro del capo che non ti ha dato tregua per quasi quattro giorni. E se non è una dormita a sopprimerlo, allora ci vuole qualcosa di più radicare.

La logica consequenzialità che si colloca esattamente tra la persistenza di un mal di testa e la risistemazione metodica di un armadio, ormai pronto a implodere, non è data sapersi eppure il risultato c'è stato: sparito il mal di testa.
La stanza è a posto, sei riuscita a finire quelle due pagine di analisi di testo che ti tiravi dietro da questi quattro giorni e, infine, ti senti decisamente meglio.

[Tuttavia persiste ancora qualcosa, un'irrequietezza, uno scalpitare di piedi che corrono in sottofondo. Si nascondono dietro agli angoli dei libri non finiti, scendono lungo le scalette ripide, ritornano a farsi sentire sin dal mattino presto. Hai pensato di andare al cinema per zittirle e ti è toccato Miracolo a Sant'Anna; il primo pensiero uscita dalla sala è stato: Caro Spike, hai cacato fuori dal vaso. Il film era semplicemente troppo: troppe storie intrecciate, troppa retorica gringa, troppe scene fini a se stesse, così come troppa era la polemica imbastita sui partigiani, che hanno un ruolo tutto sommato marginale, all'interno del discorso portato avanti dal film.
Infine troppi i brividi e l'orrore davanti alla scena della strage; la prima cosa che ti ha ricordato è stata la sensazione che avesti, ormai mesi fa, entrando in una sala dove, su dei grandi pannelli bianchi, stavano le foto e i ricordi di quei sopravvissuti ai propri desaparecidos: ricordi distintamente il nero su bianco delle lettere, la disperazione e la tenacia intraviste nei segni di un volto di madre, che poteva ben essere tua nonna. Ecco, quella sensazione ancora non riesci a lavartela via.]

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martedì, 07 ottobre 2008
Niente da capire.

Dedicato a Paganini

Hold my head inside your hands,
I need someone who understands.
I need someone, someone who hears,
For you, I've waited all these years. [...]

In your tears and in your blood,
In your fire and in your flood,
I hear you laugh, I heard you sing,
"I wouldn't change a single thing."


 

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free listening

venerdì, 03 ottobre 2008
Caminante no hay camino

se hace el camino al andar     -Antonio Machado su carta, Sabina e Serrat in musica-

Per la prima volta da un paio di settimane ritrovi un momento di silenzio assoluto, in cui resta fuori dalla stanza anche lo scuotersi violento delle fronde degli alberi.
Di nuovo in Toscana, dopo aver percorso quotidianamente i portici nelle ultime due settimane; è così che il tempo sembra sospendersi di nuovo: la sveglia non suona, perchè ti alzi con la luce mattutina che entra dalla finestra, scendi e c'è una caffettiera piena a metà e ancora tiepida a darti il buongiorno.
Sono queste le tue mattinate, dove non esiste capo nè coda, dove manca quello scandire costante delle faccende da sbrigare,  di fotocopie e prestiti in biblioteca, di corse in facoltà e telefonate col relatore seduta nel cortile. Ma anche il tempo per un caffè, per fare compagnia negli altrui giri e impegni, il sentire addosso l'emozione e l'impazienza viva di rivedere facce conosciute e confrontarsi dopo tanto tempo.

L'ombra del Nettuno riserva sempre sorprese.
Ieri, seduta e con un libro nuovo in mano, hai avuto un incontro inaspettato con il Burkina Faso. Un gruppo di gentili signori, in viaggio di lavoro e con l'aria del turista poco invadente, si sono avvicinati; sono bastate due parole del poco francese che ti rimane per iniziare la conversazione. Una sensazione di euforia buffa, una foto e un ricordo di cuoio rappresentano quanto ti è rimasto di un incontro sporadico e unico; complice il sole caldo e il buon umore del momento, ora questo ti sembra quanto di più incredibilmente bello ci possa essere per mettere un segno sulla giornata.

In questi viaggi brevi ti segue un libro meraviglioso, oscillante, difficile; eppure, nonostante ciò, riesce a strapparti delle risatine incontrollate nello scompartimento affollato, mantenendoti concentrata e attenta allo svilupparsi delle vicende. Nell'attesa di terminarlo, ripercorri alcune pagine dell'intreccio tra i due rami della storia (Johnatan scrive, Alex risponde); ogni volta ci trovi una frase, un concetto che ti era sfuggito.
Quello rispolverato oggi è "non si erano mai visti da lontano. Non avevano mai conosciuto l'intimità più profonda, quella prossimità raggiungibile solo con la distanza. Lei andava al foro e lo guardava in silenzio per alcuni minuti. Poi si riallontanava dal foro. Lui vi si avvicinava e la guardava a sua volta in silenzio per qualche minuto. E in quel silenzio raggiungevano un'altra intimità, quella delle parole senza parlare".





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Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin