Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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Viaggiatori senza orologio

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La Granduchessa di Toscana, Maestra di Couscous e anche lei ambasciatrice in Terra Brasilis
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L'AVciDuca Sgrevio del Regno di Sicilia, Bardo per la Casata della pasta al forno
La Baronessa Calzino delle terre gaeliche, fondatrice della setta Mapocake

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lunedì, 24 novembre 2008
Distances

Dei pensieri vicini.

Ci sono questi due occhi fissi, scuri, nascosti dietro un paio d'occhiali tondi, dalla montatura metallica sottile. E malgrado i pochi silenzi delle nostre conversazioni, sono sicura che quei momenti si riempiano del loro controcanto visivo. Dopo aver visto Ceguera -abbandonandomi al suo parossismo-, dopo essermi lasciata schiaffeggiare per due ore da Mireilles e dalla potenza di un'idea. Dopo che sono rimasta seduta con le gambe indebolite dalla tensione che mi ha inchiodata alla sedia, pensavo, ci sarebbe voluto del contatto umano e un abbraccio.
Dopo che abbiamo ricominciato, lentamente, a parlare, la prima cosa che ti ho chiesto non è stata: ti è piaciuto? E' stata: come stai?

Dei pensieri apparsi in sogno.

Notti fa ho sognato che mi dicevi: mi manchi. Ti incontravo fuori da un supermercato, eri basso, la barba e i capelli lunghi e riccioluti, ma eri proprio tu, ne sono certa. Mi venivi vicino, mi abbracciavi (e la tua testa arrivava appena all’altezza della mia spalla) e mi dicevi: “mi manchi”.
Non mi sei mancata, non mi mancherai, ma “mi manchi”. Indicativo presente.

Dei pensieri lontani.

Due occhi che ritrovo nelle foto e riscopro nei ricordi.
Risento la voce di Joel, che dice:
-She was nice. Nice is good.
Non mi ricordo com'eri vestita la prima volta che ci siamo conosciute, ma quel giorno non me lo posso scordare. Eravamo in facoltà, in compagnia davanti all'ufficio del Futuro Corelatore. C'era la luce del sole che filtrava dalla soffitta e parlavi di una tesi sulla musica brasiliana.
Sono passati quasi 4 anni.

-Sand is overrated. It's just tiny little rocks.
Era una spiaggia dai toni grigi, era Febbraio e, poco oltre le ultime costruzioni si dispiegava una distesa di palme senza fine. Ricordo che faceva freddo di notte e ci coprivamo sino all'inverosimile, per addormentarci col rumore del mare. E la colazione enorme prima di metterci in viaggio, zaino in spalla e voglia di ripartire.

-Why do I fall in love with every (wo)man I see that shows me the least bit of attention?
C'erano e ci sono ancora tante chiacchiere di sorta. E rimaniamo d'accordo sul fatto che Sex and the City è un pozzo minuscolo da cui far cominciare lunghe discussioni notturne. Mi stupiscono la tua pacatezza, comprensione e accettazione davanti alle situazioni assurde in cui mi infilo; non dovrebbero, ma è così, nel senso migliore che si possa immaginare.

-I loved you on this day. I love this memory.
Dov'è che abbiamo girato la pagina insieme? E' stato quando mi hai detto: "andiamo a fare shopping" o prima, quando abbiamo messo i piedi in terra dopo 16 ore? (e ti sei storta la caviglia in 5 minuti). Non lo riesco a captare, quel momento, ma c'è, è li da qualche parte, tra una maglietta spiegazzata dal viaggio e un asciugamano ancora umido.


Questo gioco di citazioni nasce dal fatto che, in tutto questo tempo, abbiamo talmente tanti ricordi insieme che posso prendere un film, catturarne qualche frase e costruirci sopra, nero su bianco.
E’ il più bel regalo che potessi farmi.

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venerdì, 21 novembre 2008
Meet me in Montauk

Eternal Sunshine Of the Spotless Mind (each prayer accepted, each wish resigned).
Se il film in sé è una delle poche vicende a tema amoroso che abbia considerato, visto, rivisto e amato, c'è una scena di Joel che, sin dalla prima volta, mi si è crocifissa in testa.
Chiede:

Are we like those bored couples you feel sorry for in restaurants?
Are we the dining dead?

Ho finito per farmi questa domanda a ogni cena a due.

Mi ricordo una cena che lasciava presagire qualcosa, una taverna messicana di certe pretese, musica latina, atmosfera calda, poca gente, resto al tavolo mentre lui si alza. Mi spunta nella testa come un sussurro leggero: "Are we the dining dead?".
Rimango a fissare il vuoto, lasciandola riecheggiare, sino a che non torna a sedersi e riprendiamo la conversazione.

Ricordo un'altra cena, seduta al tavolo in un bellissimo ristorante: situazione ideale, lumi di candela che si riflettono negli occhi altui, un certo venticello estivo per dare respiro, altre coppie ai tavoli intorno e rumore di bicchieri e chiacchiere animate. Silenzio al tavolo, posate in azione, nella mia testa sorge la domanda, come uno sparo alla tempia:
"Are we the dining dead?".
Bum!
"Are we the dining dead?"
BUM!



I film a volte sono una vera maledizione.


-Eppure questo è un inno al carpe diem, alla vita, al cogliere le occasioni e alla fiducia negli altri. Malgrado tutto. Because "adults are, like, this mess of sadness and phobias". E i film sono una delle medicine che abbiamo a disposizione.

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pellicolacea

lunedì, 17 novembre 2008
workoholic

Dimostrazione scientifica di due condizioni:
1) la mia addiction al lavoro accademico ha ormai raggiunto uno stadio sviluppato;
- per dire, oggi qui è festa nazionale per il día de la Revolución e io sono in piedi. Dalle 8.-
2) sono sotto tesi, è un anno che lo dico, ora c'ho le prove.

Mi sveglio, guardo l'orologio, ore 8 e 08, fisso lo specchio davanti a me.

D'improvviso un lampo: emerge un'idea che aspettavo da tre settimane almeno.

Mi alzo di scatto, sposto i kg di coperte e corro ad accendere il pc, per buttare giù l'attesissimo indice che è rimasto in attesa per settimane e che il prof. sta, pazientemente, aspettando da una vita e 2 semestri
(ore 8:09; tempo di reazione: 60 secondi circa).

Soddisfazioni: togliere la parola "possibile" davanti al titolo ("Indice") del suddetto documento;
constatazioni: da quando sei qui ti sei alzata prima delle 9 solo una volta, ossia quando è stato strettamente necessario;
deformazioni: comunicare La Notizia - fonte di una rivoluzione del tuo umore in questo lunedì mattina di novembre- alle prime persone online in chat.

E come dicevano delle donne sagge: Son Cose, signoramia!

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sklero gratuito, doctors corner, vida de barrio, quotidiano animale

venerdì, 14 novembre 2008
three weeks and a bite

Malgrado il silenzio non è che non scriva.
Scrivo d'altro, della tesi, scrivo email per mantenere contatti, scrivo e ricerco un filo tra i pensieri che si scindono, s'intrecciano e si confondono coi ricci.
Formulo pensieri con le doppie punte, senza il coraggio di andare a farmeli tagliare.
Scrivo altrove, al pc, sull'agenda, ma i pensieri che ho formulato in queste tre settimane restano "indicibili" e sconclusionati. C'è poca chiarezza, c'è troppa esitazione nel susseguirsi delle lettere, delle frasi, dei paragrafi.

Per esempio il Messico: andare-tornare.
Sembra facile, sembra di rientrarci come ti puoi riadattare a una penna che non usavi da tempo e che è rimasta lì, a trattenere le proprie parole in attesa del momento giusto. Eppure non lo è.
Ti rendi conto ora di quanto ti stanchi ricominciare una volta ancora, conoscere persone nuove e lasciarsi trascinare dagli eventi. Quanta energia ci voglia per risultare interessante e interessata, disponibile, amichevole; malgrado l'essere animale sociale, restare un giorno in casa tra i propri libri è come prendersi un respiro di pausa dal vortice.
Stavolta percepisci la distanza, arrivi a sentire "la mancanza" (di persone, situazioni, sapori, sguardi), vedi scorrerti davanti agli occhi tutte le "buone ragioni per tornare", una volta ancora: che il futuro è una palla di cannone accesa, ma resta ancora in lontananza a farsi guardare prima di esplodere.

Per esempio sapere di aver passato la soglia delle tre settimane e avere una nitida percezione: ciò che sta dietro, è successo, è stato -incontri, emozioni, soddisfazioni, amarezze, incazzature, perplessità- e quanto ancora ha da venire. Sei sulla soglia e non puoi evitare di alzarti sulle punte per guardare avanti: di nuovo Bologna, di nuovo gli esami, la tesi da finire, di nuovo i portici, gli amichetti e il tornare a una dimensione "universitaria" del vivere. Delle case con coinquilini, dei caffè alle 9 la mattina, dei libri che pesano sottobraccio, delle sospiratissime cene.
Dall'altra, restano le ore passate sull'autobus, l'aria pulita che si respira sotto i vulcani e il vento freddo che ti scuote la gonna, le 12 ore passate sui tacchi -dopo un anno di scarpe piatte e pensi che sì, andare sui tacchi è come andare in bicicletta, dopo i primi 3 scalini è tutta discesa-: prospettive future, possibilità di tornare, stavolta con qualcosa in mano, progetti che potrebbero nascere e concretizzarsi.

Per esempio ricordarsi dell'importanza del momento.
Scrivo con le mani che sanno di mandarino, mentre le bucce giacciono abbandonate su un tovagliolo sopra il tavolino del soggiorno.
Mi godo l'ennesimo incontro con un ragazzo argentino conosciuto il secondo giorno che stavo qui, nel barrio, e che mi parla nel suo italiano buffo, con vago accento marchigiano (è stato tanto ad Ancona, mi raccontava). La conversazione mi lascia un vago sentore di "casa".
Avvolta nel piumone, a tossire tutti i batteri possibili, ieri notte mi stringevo la sensazione ancora viva di un ricordo prima di addormentarmi: era il profumo del sapone fatto in casa.


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carta bianca, quisquilie e vanità, vida de barrio

mercoledì, 05 novembre 2008
"que la brisa marineira me oriente en el destino"

...y que el primer barco que pase, me lleve mar adentro.
Concha Buika - Jodida pero contenta

Il pensiero di oggi è: in fondo, è bello lasciarsi trasportare dagli eventi.
Questi giorni sono un'esplosione di novità. Ti riempi di canti, di musica, di festeggiamenti del "dia de muertos" e il colore dei fiori cempaxuchitl si riflette in quello della tua maglietta, passano per la pelle: ti si accende intorno, addosso, tra i capillari, sotto le unghie.
Emozioni che sono corpo, che si riscoprono negli occhi vivi di chi ha la medesima passione e il medesimo entusiasmo. (E ti sorge un brivido, una minuscola inquietudine sentimentale).

Ascolti la voce vibrante del son jarocho e del huapango di San Luis Potosì, saltelli a ritmo tentando di imitare il zapateado di queste regioni; laggiù, dove tre radici si mescolano e, ti spiegano, i tamburi africani sono stati sostituiti con il battere ritmico dei piedi.
Ormai ti muovi a tuo agio, parli sinceramente e avanzi piccole critiche costruttive, sperando che siano accettate per ciò che sono.
Hai per le mani offerte di quasi-lavoro, di concretizzare il teorico nel pratico, vedere pagine impresse con la soddisfazione che siano nate da te, ma che non restino solo "per te"; la spirale di eventi ti risucchia e non puoi non sentirti persa, almeno per un momento.
Serve distanza; allora ti lasci portare da un aereo verso l'ovest. Una città sconosciuta, uno stato mai visitato, di cui non sai nulla e da cui non puoi aspettarti nulla.

Nel frattempo, in queste giornate convulse, sei riuscita finalmente a vedere Wall-E ed è stato proprio come ti aspettavi. C'è chi ne ha parlato dicendo tutto in poche righe e ti sembra inutile ripeterti e reinventare.
Un signore antico e di un'età indefinita, qualche giorno fa ti ha ricordato:
meglio guardare che vedere, meglio ascoltare che sentire,
zittirsi quando c'è da zittirsi e parlare quando c'è da parlare.


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on the road, free listening, pellicolacea, vida de barrio, quotidiano animale




Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin