Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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Viaggiatori senza orologio

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La Baronessa Calzino delle terre gaeliche, fondatrice della setta Mapocake

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sabato, 17 novembre 2007
Ordem e progresso...?

On Air: Il Testamento di Tito - De André

Leggi delle avventure danesi e ti ha ricordato i tempi in cui stavi a Bristolandia.
Ordine, strade pulite, burocrazia funzionante, traffico sì, ma tutto sommato neanche troppo. Inglesi sempre gentili, sempre freddamente gentili, tanto che per trovare un po' di calore, finivi per cercarlo tra altri stranieri, straniti quanto te. Camminavi 1 ora e mezza al giorno tra andare tornare dalla facoltà, che stava tutta in una strada di casette a schiera, surrealmente identiche. Lavoravi insieme a stranieri e ti trovavi bene, avevi 6 ore di lezione a settimana e restava tempo per tutto quello che desideravi.

Qui è tutto talmente opposto che si può immaginare ma ci vuole tempo per capire davvero.
Capire che "no, non possiamo andare in macchina sino a Polanco perchè alle 5 di pomeriggio, col traffico, ci metteremmo 3 ore" - e tu non stenti a crederlo, visto che in metro da casa ci metteresti un'ora scarsa -.
Che il traffico continua dalla mattina e riprende la sera sino a tardi. Per questo non puoi andare a piedi in facoltà, neanche di giorno, se non vuoi trovarti i polmoni incrostati nel giro di una settimana. Certo, ti farebbe tanto bene, chè la cucina qui non è proprio 'sta cosa leggera, ma sarebbe altrettanto bello tornare a casa senza aver subito un trapianto a vent'anni.
E malgrado il vivere così vicina alla facoltà, la città stanca, sfibra, riscucchia qualsiasi energia nel suo costante movimento.

Capire che il concetto di "quartiere" qui significa che un'intera strada può riempirsi di persone vicine che si riuniscono per ricordare un familiare scomparso da tempo e tutti, Tutti, sono ugualmente benvenuti. Ma anche che, dopo poco che hai messo il piede in casa e ti stai mettendo a letto, totalmente ignaro, i tuoi amici lì fuori vengano pestati a sangue da nonsisachi. E ne escano con punti in testa e una mano rotta.

Capire che le reti umanitarie qui esistono e se succedono tragedie, gli aiuti si mandano davvero e la gente si sbatte, non solo perchè è giusto ma anche perchè, forse egoisticamente, "domani potrebbe capitare a te". E, certo, sarebbe bello che la gente fosse unita non solo nelle tragedie, ma anche nel quotidiano.

Non desiderare la roba degli altri e non desiderarne la sposa,
ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa.

Capire che, proprio per tutto ciò, esistono gli amici, la banda, compagni di facoltà e conocidos. Tre gradi di conoscenza da scalare, ma una volta conquistati a suon di cene, uscite e confidenze alle 2 di notte, allora sì, puoi contarci sul serio. Anche quando sei triste, sola a casa, con un saggio da finire e poca, pochissima ispirazione.

Capire che qui Burocrazia non è garanzia di nulla. E la coinqua ecologica dovrà tornare alla migrazione per la quinta volta per avere delle carte che le mancano. Perchè "avevano finito quel tipo di carta e non ce l'avranno sino alle prossime settimane".
Che per cambiare la condizione da studente a lavoratore c'è chi aspetta 3 anni e, nel frattempo, non può essere pagato sul lavoro.
Che della Polizia non si fida nessuno e quando ti fermano per strada con un pretesto, meglio sperare di aver dietro i documenti... o magari anche no, per evitare che te li sequestrino.
E frattanto meglio ancora iniziare a calcolare quanti soldi dovrai radunare per evitare problemi, perchè così funziona.
Che c'è chi brucia le porte della Rettoria della tua Università nell'illusione di cambiare qualcosa, per protesta contro l'elezione del nuovo rettore PRIsta. Giusto o stupido che sia, a Bologna è tanto se ne conosciamo il nome e l'abbiamo mai visto in faccia, il Rettore. E ci significa qualcosa se vota AN o PD?

Capire che Messico sarà nuvole, spiagge e birre sotto il sole, ma anche gente disfatta, volti stanchi sul pesero che tornano a casa alle 10 di sera, scetticismo e orgoglio.
Eppure, la faccia triste dell'America ha qualcosa di incredibilmente familiare.
 

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lunedì, 22 gennaio 2007
I can still remember...

... ma il blogghe aiuta, un po'.

Ecco, mentre mi ripigliavo dai bagordi del weekend edinico* e dagli ultimi ripassi, m'è venuta questa bella pensata "ma io che facevo un anno fa, in questo stesso giorno?". Ora, il bello del blogghe è che, se aggiorni con certa assiduità, potresti anche rischiare di saperlo.
E allora sappiamolo.

Domenica, 22 gennaio 2006.
"[...] La domenica invece, vedendo sin dalle prime ore del mattino una bella giornata e una attività cerebrale troppo alta e tendente al demoralizzamento, mi vede partire per un tour de force a piedi di circa 4 ore: un giro bellissimo tra il mio quartiere, Ashton Court, un parco immenso nella zona nord-est della città, per poi riscendere da Clifton Village e ritornare a casa chiudendo il cerchio... alla fine ero distrutta, non ho potuto fare a meno di ordinare cinese e addormentarmi di fronte a the bourne identity!!"

Tempi in cui non avevo orali da preparare, questi curiosi personaggi non popolavano ancora il piccolo mondo di Parruccolandia - che all'epoca non era stato manco lontanamente immaginato, pensa un po'! - e non c'era nemmeno la casa dell'AVciDuca ad ospitare i ritrovi mangerecci, con la scusante della venuta della Signora dall'Asburgionia profonda.
Stavo in un altro paese, probabilmente reduce dalla nottata di lavoro e successivi bagordi coi colleghi, nella mia cameretta tutta rosa pesca, dove ancora non conoscevo il gelo invernale delle case bolognesi a piano terra.
Mi ricordo precisamente quella giornata, in cui sicuramente faceva freddo, ma sulla Vecchia Isola c'era il sole; ed io, equipaggiata di tutto punto con tanto di thermos e merenda, mi sono avventurata per una passeggiata lunghissima, accompagnata dalla fedele macchina fotografica.
Ricordo anche che la sera, addormentandomi davanti al film, me ne stavo accoccolata su questo enorme puff, tipicamente inglese e dunque posh da matti; al risveglio sui titoli di coda, mi sono ritrovata l'ossame dolorante e attorcigliato su se stesso come non mai.

Erano tempi di letti matrimoniali, camerette calde calde, del coinquo pazzo e buffo, dell'università inerpicata su per la collina di Park Street, di quel negozio di dischi dove costavan tutti 5 pounds, della 10° serie di Friends vista per la prima volta.

Oggi è tempo di giornate umide combattute a litri di tisane e coperte, treni che partono, febbriciattole che ti stendono a letto per qualche ora, messaggini assurdi, esami incombenti e Doctor House.



*dicesi Weekend Edinico il momento in cui la Signora Edi decide di inerpicarsi su per lo stivale, scansando qualsiasi gastrite e tremolio d'aereo, per raggiungere i suoi adora(n)ti amichetti.

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martedì, 12 dicembre 2006
makin' up ma mind

C'era una volta una città lontana lontana, nel mezzo di un paese immenso.

C'era una volta un pensiero confuso nella testa che girava e girava e parlava di questa città, di civiltà antichissime, di milioni e milioni di persone tutte insieme, tante da non riuscire nemmeno ad immaginarsele; e poi c'erano le foto dei quartieri scattate dall'alto alla Biennale, una mostra d'arte alla Royal Gallery a Londra nel 2003, i nomi di astruse divinità imparate a memoria al I anno di università e mai dimenticati (Quetzalcoatl, Huitzilopochtli, Tezcatlipoca...).

C'erano quintali di sogni nel cassetto, sepolti da mille scartoffie di pensieri, piccole insicurezze e inconsapevoli certezze; c'erano i colori vivaci del primo libro sui muralisti che ti eri comprata in V superiore, immaginando il giorno in cui ti sarebbero apparsi in tutto il loro splendore. C'era Entusiasmo, nascosto sotto la coperta pesante intrecciata da Aspettativa e Angoscia, che come due sorelle benevole tessevano e tessevano, dicono, per tenerlo caldo, mentre il torpore si andava lentamente impossessando di lui.

C'erano due occhi nello specchio, la mattina, che sapevano, che avevano già visto e capito come sarebbe andata a finire. La cosa più difficile era ammettere che fossero proprio i tuoi.
C'erano quelli che dicevano "tanto lo sapevo" e quelli che invece erano davvero felici. Per te.

C'era la persona incontrata oggi per caso, che ha fatto sì che il cielo si schiarisse in un momento e fosse tutto così semplice, limpido e luminoso.

C'era il Messico e c'erano le nuvole e c'era la musica dell'armonica...
... ma questa è un'altra storia.


*tra qualche mese, questo blog farà le valigie per l'oltreoceano*

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martedì, 22 agosto 2006
Over the hills of Kent up to the cliffs of Dover

Di ritorno dal "giardino d'Inghilterra", con la sicurezza di aver recuperato bagaglio e macchina fotografica dalle grinfie di quel buco nero che è la Malpensa, mi accingo a riprendere la vita tra i comuni mortali che fanno sono un mezzo km a piedi al giorno.

La vita della guida, signori miei, è stressante. Come spiegava il Capo, se tutto va bene e liscio, negli ultimi due giorni si forma una specie di vortice, un imbuto che porta ogni cosa a precipitare verso il peggio. Lei la chiama "soglia di sopportazione". Fatto sta che in tutto questo, i miei compagni di viaggio hanno avuto saggio della mia incredibile calma apparente (basta constatare l'attuale stato delle mie unghie per capire quanto sia stato distruttivo il viaggio di ritorno... sigh)

Paesaggi bellissimi, un gruppo di persone estremamente gradevoli, a parte la solita rompipalle che non manca mai, e tanti, tanti kilometri... da cui derivano i miei piedi piatti, l'acquisto immediato di sali da bagno e l'immensità di materia da bucato che mi sono riportata a casa. La consolazione è che sono stata la più minimalista di tutti (seppur pagando qualche sconto... ), con i miei 10 kg scarsi di bagaglio.

Com'è e come non è, nei miei 9 giorni di assenza, siamo stati benedetti dal tempo. Dopo essermi inzuppata a mò di pulcino il primo giorno, passeggiando sulle scogliere della bella Isle of Thanet, nel nord est del Kent, la settimana successiva ci ha garantito piogge quasi sempre notturne e poco altro. I campi del Kent riempiono gli occhi a ogni passo: una distesa di orzo e grano dietro l'altra, mentre sulla North Downs Way, si percorrevano i kilometri della Francigena tra Canterbury e Dover, respingendo il sole caldissimo sotto le ombre delle arcate di alberi più verdi che mai. Canterbury è sempre incantevole, finalmente ho visto la cattedrale (anche se ancora resto perplessa dal prezzo del biglietto... ma ne vale davvero la pena, giusto per vedere qualche vetrata e colonna normanna originale!).

Dover è stata un po' La Delusione, ma quando tutti ti dicono che la città è bruttina un motivo ci sarà. Sembra che qui conoscano meglio di noi la speculazione edilizia... in compenso, dall'alto delle scogliere, abbandonato il porto e i passanti stradali, è tutta un'altra cosa.

Anche Londra, al ritornare dopo un anno tondo tondo, è più sfavillante che mai... tanto da sorprendermi con una magnifica mostra su Modì alla Royal Academy of Arts. Insomma, passi per Picadilly, comincia a piovere (e che altro potrebbe fare a Londra, su!) e ti trovi davanti la sponsorizzazione della mostra... chi avrebbe detto di no? A seguito, dopo un salto ad un affollatissimo e impossibile British, mi sono infilata al giapponese per due sushi come si deve, per finire in una libreria di Soho di moda e grafica a osservare un libro sulle Manolo, pensando: "Sarebbe un regalo perfetto per qualcuno di mia conoscenza...". Ma peso e prezzo (ah, vil denaro, anzi... vil sterlina!) mi hanno costretta a desistere. E poi i parchi di St. James e Green Park, la Tate (Britain), che a quel punto della giornata mi sembrava infinitamente lontana da ogni cosa e il caos di Victoria station tra le 5 e le 6 pm.

Forse la prima volta che penso che magari in questa città potrei anche riuscire a viverci.

In fondo basta trovare la propria dimensione, nella sua immensità, i punti fissi: una casa, un lavoro, il supermercatino di fiducia, il pachistano del news agent all'angolo della strada, il parco dove farsi qualche corsetta la mattina. Vedo chi vive lì da 10 anni e osservo, con segreta ammirazione, che forse potrei riuscirci anch'io.

Torno a chiedermi perchè, malgrado l'amore per i paesi latini, questa Inghilterra, con il suo accento british e i suoi modi tanto gentili quanto freddi, un aploamb incorruttibile e le sue mezze stagioni eterne, mi attiri ancora tanto.

Fatto sta che ora c'è gente che mi gira intorno, mi infastidisco e interrompo qui la mia trafila di pensieri. Però è stato davvero un bel viaggio...

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giovedì, 29 giugno 2006
effetto madelaine

Il fatto di avere letto Proust poi, è davvero un'altra storia; però 'sta storia dell'effetto madelaine un po' l'avremo provata tutti e poi, venendo da una serata in cui si son rimembrati i tempi del liceo e di maturità, questa è solo la punta dell'iceberg.

Dicevo: spuntano. Prima piano piano, partono dallo stomaco mentre il lettore segna la canzone numero 1. Le parole sono vagamente sbiadite nella memoria, malgrado questi siano istanti di pochi mesi fà e il cd porti profondi segni di ripetuto ascolto. Canticchi a mezza voce, qualche sensazione cresce con il ticchettio della batteria e segue gli alti e bassi della voce maschile.
Le sensazioni tornano a ondate;

questa la ascoltavo sempre prima di dormire, quella non mi piace e non dice nulla, la prossima è la mia preferita e dietro di lei ci sono le acque chete delle notti fredde, luci arancioni riflesse qua e là, il freddo che sferza sulle guance, ci sono i pomeriggi a passeggiare nel parco alla luce del tramonto di domenica.

Tutti i momenti di tristezza che l'hanno avuta come colonna sonora, mentre i suoni restano custoditi in una preziosa scatoletta rossa e lucida: lì ogni battuta, ogni parola, ogni singolo accordo raccoglie e corrisponde a una sensazione, a un fermoimmmagine preciso e nitido, sfocato nella memoria visiva ma impresso dagli altri sensi. Tutto si ricollega, la luce del comodino della lampada blu, comprata in uno dei primi pomeriggi in città da Wilkinson "perchè costa meno". Le pareti di un insopportabile rosa pesca, la scrivania ad angolo col mio pc sopra, i libri, lo specchio da tavolo tondo, la colonnina per i cd che straripa.



L'apice arriva con la canzone preferita, forse per caso segnata dalla traccia 13. Una delle canzoni più cantate dalle mie corde vocali: sotto la doccia, camminando, a letto, di fronte al pc, lavorando sotto le luci colorate del bancone a locale vuoto, in facoltà, nei negozi di musica, sopra altre canzoni, facendo da mangiare, pensando a chi non ti riesce proprio a uscire dalla testa. E' il fatto di essere una delle ultimissime del cd che ti frega: lascia quel nodo allo stomaco che non si scioglie se non il giorno dopo. Passata la notte, passata la voglia di ricordare.

Il caffè e l'appuntamento della tesi di domattina faranno il resto. Hopefully.


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mercoledì, 22 marzo 2006
Si viene e si va

Sono ormai tre giorni in cui è cominciata la lunga trafila dei saluti. Oggi sono partiti due dei nostri, stasera tocca a me. non so bene nemmeno cosa dire e pensare. Il silenzio si addice a questi momenti. Non ho ancora avuto il coraggio di staccare i poster in camera per farla sembrare meno vuota. Le valigie mi spaventano, ma in un impeto ho prenotato un taxi sino all'aeroporto... altrimenti non sopravvivo mica alla sfacchinata.
Tanti indirizzi, pacche sulle spalle, baci, sorrisi, abbracci strettissimi. Pomeriggi di chiacchiere e risate, confidenze dell'ultima ora.
Ma è ancora presto per sentirsi straniti. C'è ancora un'intera serata e io non ho terminato tutto quello che devo fare.
Volo a saltare sulle valigie imprecando contro la mia capacità di accumulare...

Oggi, in un ristorante giapponese, un portoghese mi ha salutato con un "Boa Viagem". E io mi sono detta: "Eh, sì allora è proprio vero."

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venerdì, 10 marzo 2006
La mia famiglia e altri animali (cit.)

Son stupefazioni.
Già. Perchè si sa che ogni famiglia è particolare e si porta dietro storielle, pecore nere, mosche bianche e un discreto zoo a seguire.
La mia non è solo Una famiglia, ma è anche discretamente allargata. E la mia riflessione di oggi arriva dalla mamma del mio fratello (attenzione!), che per comune quieto vivere chiameremo laMaestra. LaMaestra è proprio una gran donna dal mio punto di vista, con tutti i suoi bei problemi (avere un primo divorzio sulle spalle,  cresciuto un figlio e seppellito anche il secondo marito non è proprio cosa da ridere), ma sicuramente una che non si è mai fatta mettere piedi in testa da niente e nessuno. E viaggia un sacco, il che già è sufficiente per garantirle parte della mia stima.
Oggi è il suo compleanno e questa è la risposta al messaggino di auguri che le ho inviato: "grazie, cara costanza, del tuo ricordo. Sono in aeroporto al cairo in attesa di partire per il sudan dove arriveremo domani all'alba. Baci e a presto".

Son cose. Specie alla veneranda età di... più di 50 anni sicuramente (non indaghiamo via, si sa che le signore son suscettibili sull'età!)
Della nonna che leggeva il pendolino durante la seconda guerra mondiale e di nonno generale degli alpini però ne parliamo la prossima volta... 

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giovedì, 09 marzo 2006
panta rei

Oggi guardo il calendario: Due settimane.

Due settimane per riuscire a impacchettare un infinità di momenti, istantanee, volti, luoghi, tramonti, cieli grigi e carichi di pioggia, parole, indirizzi...
Da una parte l'infinita voglia di riabbracciare la mia Bologna, una delle poche città che sento mie e che se non è mia, non importa, ma ho voglia di un gelato in Santo Stefano leggendo la Repubblica sotto il sole caldo di primavera. Ho voglia delle solite facce viste e riviste in facoltà, di cene come le sappiamo fare noi, del lumiere a poco prezzo, del pachistano che consegna a domicilio.

Dall'altra il dover salutare di nuovo, mettere in una tasca il mio sacchettino di ricordi, fare l'ennesima valigia e partire in solitaria, presto nel silenzio di un qualsiasi giovedì mattina.
Ma... d'altronde.
Sì, d'altronde è questo quello che voglio, no? Che a fermarmi tanto non ci riesco e ho già in testa l'idea di un viaggetto per quest'estate e poi se sarà Messico tra uno o due anni, che sia, io mica mi tiro indietro!?! Sono sempre io, quella che alla fin fine si sente un po' senza radici e si porta la propria casa tra un portafogli stracolmo di cavolate, una rubrica di indirizzi che non cambio da 8 anni e una moleskine che ricopre i miei ultimi due anni di vagabondaggi.

"e vinceremo le vigliaccherie di un mondo che ci vuole sempre uguali"

Ogni volta diventa un po' più difficile. Vorrei avere il coraggio del primo trasloco ai miei 14 anni. Posto nuovo, 300 km che mi separavano da qualsiasi cosa conoscessi, ambiente estremamente diverso. Vorrei avere la leggerezza di quella scelta, ricordo ancora quando i miei mi chiesero "che ne penseresti se ci trasferissimo" e io risposi di si senza fare nemmeno una piega. Era fiducia in me stessa quella? E se lo era, dov'è finita? Come accade che queste situazioni non riesco più a gestirle così bene? Tempo, esperienze, età, persone incontrate dovrebbero aiutare, dovrebbero agevolarci, insegnarci a costruire un posto da chiamare "casa" anche sotto cieli diversi. Dovrebbero darci la consapevolezza di quanto valore possano avere gli incontri che si fanno nel percorso. Chissà.

E' la sensazione di essere ancora sospesa, in attesa che qualcosa accada, che il vento cambi, che scatti un meccanismo e i pezzi si inizino a muovere. mi viene da chiedermi se non abbia atteso a sufficienza, quel qualcosa che ha ancora da venire. Se non sia ora di prendere le cose in mano. O forse lo sarà comunque molto presto e ora ci sono sei mesi da prendere, scartabellare, lucidare, riordinare, estrapolarne con calma qualche piccola conclusione a caldo... e poi dar loro un posto nella sezione ricordi.
Soprattutto ci sono le persone che mi devo godere in queste ultime due settimane, quindi,
tonsille pensate a guarire che io ho un sacco di cose da fare e non posso mica star qui ad aspettare voi! 

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mercoledì, 08 marzo 2006
Playlist dei 38 e 2

Whyskey in the Jar e Tuesday is gone  - Metallica ... che ricorda una serata singolare, tanti giri di parole e le parole famose "questa è la prima è l'ultima volta"...

Crepuscolaria e Amore al terzo piano - Otto Ohm ... perchè un giorno le stavo ascoltando, esco di casa e scopro che c'era chi le stava ascoltando insieme a me...

Incantevole e Strade - Subsonica ... perchè visto che l'anno scorso piacevano proprio a tutti, li ho evitati come la peste per poi riscoprirli gioiosamente quasi un mesetto fà...

Imparare dal vento - Tiromancino ... uno dei tormentoni dei cd del ristorante, ma ancora non mi annoiano...

Alcuni pezzi a caso di Jack Johnson, la mia fissa del momento perchè mi fa sempre addormentare felice...

Quello che - 99 Posse... ritrovata per caso, quando ricordo che l'ascoltavo qualcosa come 10 anni fa... *mi passa un brividino giù per la schiena. Mai avrei pensato di poter scrivere una cosa del genere... eheheh*

Inutile cercare un perché
non c’è mai stato niente di spiegabile
tutto doveva succedere
niente sembrava possibile
un imprevisto prevedibile
e la mente si fa labile
ma saprò rispondere
se mi vorrai chiedere
qual è la versione integrale dei tuoi pensieri
quale la traccia nascosta dei tuoi desideri:

[...]

Dal silenzio delle cose non dette
al silenzio delle cose taciute
alle promesse regalate telepaticamente
risa mute
scegli il momento per non parlare
risparmia il fiato e lasciati capire...


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martedì, 07 marzo 2006
Siamo a 1500...

... non sarà molto, ma mi piace. Sìsì, mi piace ^____^ Stappiamo l'ultima penicillina del giorno in onore del blog bristoliano!
Le voilà
!

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Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin