Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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giovedì, 02 aprile 2009
Comin' back... home

Casa è rimasta vuota per un po'.
Vuota di pensieri e di parole sufficientemente interessanti per trovare ragione di esistere qui, oltre che nella mia testa. Vuota per il bisogno di tenere certe sensazioni per sè e meditarle un poco più a fondo prima di lasciarle libere.

Ora toccherà riaprire le finestre cigolanti, togliere la polvere dai vetri e dall'animale di pezza, ritirare fuori le tazzine da caffè in attesa degli ospiti, radunare le frattaglie di anima, i libri sparsi e, una volta ancora, seppellire l'orologio da qualche parte.

Cominciamo a rispolverare le ultime letture, condite con velleità da laureata in erba.
L'ossessione del mese, siori e siore superstiti, è La Versione di Barney di Mordechai Richler. Canadese, ebreo, sottilmente ironico e tremendous! Iniziato sotto tesi ci ho messo due mesi a finirlo, di certo non per difficoltà sua. Adorato sino a commuovermi a più riprese sul finale, ho trascorso un pomeriggio di cosmica depressione al pensiero di averlo finito così in fretta (le ultime 150 pagine sono partite nel giro di una mattina).
"Per dirla tutta, sono un contaballe nato.
                  Ma del resto cos'altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?"


A questo sono succeduti due libri della Nina Berberova (Il giunco mormorante e Il lacchè e la puttana), nonchè la celebre Solitudine dei numeri primi -e quella faccia inquietante in copertina che mi fissa ogni volta che entro in libreria ha iniziato a stancarmi, francamente-. Nessuno dei tre paragonabili al precedente, seppure il giovine Giordano sia riuscito a incollarmi per due giorni sul divano (altrui) per leggerne a scrocco una copia, anch'essa altrui.

Insomma, nell'ultimo mese ho recuperato astinenze letterarie e due libri iniziati e abbandonati in corsa.
Nel frattempo sono riuscita a scrivere una tesi in spagnolo di 170 pagine, iscrivermi a due corsi di inglese e francese, laurearmi, festeggiare e magari anche innamorarmi.
Forse s'è rimasti chiusi anche per overdose di emozioni e parole.


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venerdì, 14 novembre 2008
three weeks and a bite

Malgrado il silenzio non è che non scriva.
Scrivo d'altro, della tesi, scrivo email per mantenere contatti, scrivo e ricerco un filo tra i pensieri che si scindono, s'intrecciano e si confondono coi ricci.
Formulo pensieri con le doppie punte, senza il coraggio di andare a farmeli tagliare.
Scrivo altrove, al pc, sull'agenda, ma i pensieri che ho formulato in queste tre settimane restano "indicibili" e sconclusionati. C'è poca chiarezza, c'è troppa esitazione nel susseguirsi delle lettere, delle frasi, dei paragrafi.

Per esempio il Messico: andare-tornare.
Sembra facile, sembra di rientrarci come ti puoi riadattare a una penna che non usavi da tempo e che è rimasta lì, a trattenere le proprie parole in attesa del momento giusto. Eppure non lo è.
Ti rendi conto ora di quanto ti stanchi ricominciare una volta ancora, conoscere persone nuove e lasciarsi trascinare dagli eventi. Quanta energia ci voglia per risultare interessante e interessata, disponibile, amichevole; malgrado l'essere animale sociale, restare un giorno in casa tra i propri libri è come prendersi un respiro di pausa dal vortice.
Stavolta percepisci la distanza, arrivi a sentire "la mancanza" (di persone, situazioni, sapori, sguardi), vedi scorrerti davanti agli occhi tutte le "buone ragioni per tornare", una volta ancora: che il futuro è una palla di cannone accesa, ma resta ancora in lontananza a farsi guardare prima di esplodere.

Per esempio sapere di aver passato la soglia delle tre settimane e avere una nitida percezione: ciò che sta dietro, è successo, è stato -incontri, emozioni, soddisfazioni, amarezze, incazzature, perplessità- e quanto ancora ha da venire. Sei sulla soglia e non puoi evitare di alzarti sulle punte per guardare avanti: di nuovo Bologna, di nuovo gli esami, la tesi da finire, di nuovo i portici, gli amichetti e il tornare a una dimensione "universitaria" del vivere. Delle case con coinquilini, dei caffè alle 9 la mattina, dei libri che pesano sottobraccio, delle sospiratissime cene.
Dall'altra, restano le ore passate sull'autobus, l'aria pulita che si respira sotto i vulcani e il vento freddo che ti scuote la gonna, le 12 ore passate sui tacchi -dopo un anno di scarpe piatte e pensi che sì, andare sui tacchi è come andare in bicicletta, dopo i primi 3 scalini è tutta discesa-: prospettive future, possibilità di tornare, stavolta con qualcosa in mano, progetti che potrebbero nascere e concretizzarsi.

Per esempio ricordarsi dell'importanza del momento.
Scrivo con le mani che sanno di mandarino, mentre le bucce giacciono abbandonate su un tovagliolo sopra il tavolino del soggiorno.
Mi godo l'ennesimo incontro con un ragazzo argentino conosciuto il secondo giorno che stavo qui, nel barrio, e che mi parla nel suo italiano buffo, con vago accento marchigiano (è stato tanto ad Ancona, mi raccontava). La conversazione mi lascia un vago sentore di "casa".
Avvolta nel piumone, a tossire tutti i batteri possibili, ieri notte mi stringevo la sensazione ancora viva di un ricordo prima di addormentarmi: era il profumo del sapone fatto in casa.


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venerdì, 03 ottobre 2008
Caminante no hay camino

se hace el camino al andar     -Antonio Machado su carta, Sabina e Serrat in musica-

Per la prima volta da un paio di settimane ritrovi un momento di silenzio assoluto, in cui resta fuori dalla stanza anche lo scuotersi violento delle fronde degli alberi.
Di nuovo in Toscana, dopo aver percorso quotidianamente i portici nelle ultime due settimane; è così che il tempo sembra sospendersi di nuovo: la sveglia non suona, perchè ti alzi con la luce mattutina che entra dalla finestra, scendi e c'è una caffettiera piena a metà e ancora tiepida a darti il buongiorno.
Sono queste le tue mattinate, dove non esiste capo nè coda, dove manca quello scandire costante delle faccende da sbrigare,  di fotocopie e prestiti in biblioteca, di corse in facoltà e telefonate col relatore seduta nel cortile. Ma anche il tempo per un caffè, per fare compagnia negli altrui giri e impegni, il sentire addosso l'emozione e l'impazienza viva di rivedere facce conosciute e confrontarsi dopo tanto tempo.

L'ombra del Nettuno riserva sempre sorprese.
Ieri, seduta e con un libro nuovo in mano, hai avuto un incontro inaspettato con il Burkina Faso. Un gruppo di gentili signori, in viaggio di lavoro e con l'aria del turista poco invadente, si sono avvicinati; sono bastate due parole del poco francese che ti rimane per iniziare la conversazione. Una sensazione di euforia buffa, una foto e un ricordo di cuoio rappresentano quanto ti è rimasto di un incontro sporadico e unico; complice il sole caldo e il buon umore del momento, ora questo ti sembra quanto di più incredibilmente bello ci possa essere per mettere un segno sulla giornata.

In questi viaggi brevi ti segue un libro meraviglioso, oscillante, difficile; eppure, nonostante ciò, riesce a strapparti delle risatine incontrollate nello scompartimento affollato, mantenendoti concentrata e attenta allo svilupparsi delle vicende. Nell'attesa di terminarlo, ripercorri alcune pagine dell'intreccio tra i due rami della storia (Johnatan scrive, Alex risponde); ogni volta ci trovi una frase, un concetto che ti era sfuggito.
Quello rispolverato oggi è "non si erano mai visti da lontano. Non avevano mai conosciuto l'intimità più profonda, quella prossimità raggiungibile solo con la distanza. Lei andava al foro e lo guardava in silenzio per alcuni minuti. Poi si riallontanava dal foro. Lui vi si avvicinava e la guardava a sua volta in silenzio per qualche minuto. E in quel silenzio raggiungevano un'altra intimità, quella delle parole senza parlare".





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martedì, 26 agosto 2008
Al Lettore




Don't you hear me
bang my head
against your wall?

Of course, you do,
So how come
you don't answer me?

Bang your head
on your side of the wall
and keep me company.

To the Reader - Charles Simic





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martedì, 12 agosto 2008
Sin-Reloj

Dalla Marchesa Filosofica a Sin-Reloj/SenzaOrologio.
Dal pensiero astratto a un gesto concreto.
Tutto qui.



Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio


     Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano - non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l'obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l'ossessione di controllare l'ora esattamente nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo e che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto tra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.



Istruzioni per caricare l'orologio


     Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. Afferra l'orologio con una mano, prendi con due dita la rotellina della corda, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si va empiendo di se stesso, e da esso sgorgano l'aria, le brezze della terra, l'ombra di una donna, il profumo del pane.
     Che vuoi di più, che vuoi di più? Legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell'orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza.



Julio Cortázar  - Storie di cronopios e di famas

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venerdì, 11 luglio 2008
Carta de amor

Mi querido México:

quedan pocas horas y tengo miedo de no saber decirte todo lo que esta empujando para salir de mi garganta. Me destroza, se derrama hacia arriba y llega a los ojos como lagrimas y picor; solo te pido que no me pidas pararlo ahí.

Lo que pasó entre nosotros creo que podemos saberlo solo tú y yo. Sería una miserable tentativa eso de traducirlo en palabras. Me has regalado amigos intrañables, un gusto nuevo hacia el viajar al azar, hacia la que considero la profesión de mis sueños, otro amor para la literatura y lo desconocido, una puerta abierta sobre América Latina, una conciencia renovada de que es abajo y a la izquierda que está el corazón.

Nunca podré agradecerte lo suficiente pero eso te puedo prometer: de todo lo que pasó, nada va a ser borrado, olvidado, puesto en un cajón descuidando de su llave. Voy a guardarlo con celos y respeto, con el amor y la dedicación de que nosotros solos podemos estar capaces.

Al final de la larga aventura llevo conmigo dos tatuajes: en la mano derecha un Gracias, en la izquierda, la que me dijeron está más cerca del corazón, mi Te Quiero.

Con toda el alma, esperando poder abrazar con la mirada tu Valle otra vez.

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venerdì, 27 giugno 2008
de abajo a arriba y de arriba abajo

Il cielo del DF resta grigio sporco in questi giorni, poche le ore di sole per potersi mettere un paio di sandali e gironzolare sbrigando la burocrazia universitaria. Nulla a che vedere con i cieli azzurri e il verde, troppo verde, verde accecante, verdeverde, dell'Honduras.
Tra una notte a San Pedro Sula, città dove non trovi nessuno fuori dopo le 6 di sera, perchè cala il sole e la notte si fa padrona tra bande e narcos, un giro nel paesello turistico di Copan Ruinas, l'isola di Utila, le sue 3 strade e i prezzi un po' improponibili, la settimana se n'è scappata anche troppo rapidamente.
Abbiamo, in gran disordine, patito (ed è davvero la parola giusta) una mareggiata di ritorno dall'isola, trovato due putas sull'autobus, abbiamo abbassato tutti i prezzi possibili e immaginabili degli ostelli, dormito abbracciate a ventilatori per il caldo insopportabilmente umido che faceva a qualsiasi ora e latitudine.
Si sono incontrati nuovi amici, ed il calore e la disponibilità degli Honduregni è davvero qualcosa di avvolgente e rassicurante, s'è costatato che gli uomini per la strada son di gran lunga più "descarados" dei messicani, s'è conosciuti degli australiani pazzi che seguivano un corso da subbacqui all'isola di Utila e uno di loro, prima del viaggio, faceva il costruttore di navi. Abbiamo anche incontrato un eccentrico signore francese che vive a oggi a cavallo tra Marsiglia, Nizza e la sua casina nella medesima isola honduregna, con tanto di mare azzurro e spiaggia bianca con palme a due metri dall'uscio. Tiè.
Poi non mancano mai gli incontri con i paisà. Ed ecco un sardo buffo con cui ci ritroviamo all'ostello al pueblito di Tela.

Scena.
Pablo, nostro amico, parla con qualcuno dal balcone. "Blablabla, Ah, si tenemos una compañera italiana... - e subito lo sento chiedermi - Costanza, de qué ciudad eres en Italia?"
Gli rispondo Firenze, come a tutti in generale, ma intanto allungo l'orecchio.
Sento allora un'altra voce: "No... porque... yo también... blabla". L'accento è inconfondibile.
"Pablo - dico io - no es que hay un gwey italiano por ahi??". Confermato il dubbio, mi alzo dalla posizione a quattro di bastoni sul letto e, troppo incuriosita, vò a vedere. Così, per caso, si accoda un altro compañero all'allegra combriccola.

Insieme a tutto ciò c'è sempre tanto, troppo da raccontare, roba che potrei occupare dieci, quindici pagine manoscritte per riportare almeno le cose più importanti.
Perchè i viaggi con la coinqua ecologica sono sempre dei tour di mirabolanti avventure e grandi risate, sembra perciò che nella penna, o nella tastiera, non ci siano mai abbastanza parole per descriverli. E doverla salutare, alle 4 di un martedì mattina, davanti ad un taxi impaziente, lascia una sottile sbavatura di tristezza a questa vacanza. Ma va bene così.

 In vacanza ho scoperto anche un libro (che si aggiunge agli altri 5 in sospeso che ho rinviato ai prossimi mesi): Alla cieca, Claudio Magris. Difficile riassumerlo in poche parole, senza averlo terminato e sentendo che è una delle letture che hanno toccato corde tanto profonde: un libro sul viaggio, sulla Storia, che gioca tra oscillazioni temporali improbabili, scambi di nomi, intrecci di avventure e prigionie strazianti, riflessioni che possono sfiorare appena con una carezza o scuotere e far rabbrividire: di paura, di piacere, d'inquietudine e vitalità. Sicchè tutto ciò si racchiude in un dolce non sapere dove ti vuol condurre, seppur certo che non ne vuoi perderne nemmeno un passo, una virgola.

Infine, in internet trovo questa citazione di Magris, che spazza via una volta di più qualsiasi dubbio sul fatto che ci sia qualcosa di male nel continuare così, nel sentirsi anime irrequiete, tanto malleabili da poter vivere ovunque, eppure incapaci di fermarsi in nessun luogo:
"Per avviarsi verso la verità e l'amore bisogna sradicarsi, andar via e lontano da casa, strapparsi da ogni legame immediato e da ogni religio dell'origine".
E ancora: "Ogni viaggio [...] è una resistenza alla privazione, perché si viaggia non per arrivare ma per viaggiare e fra gli indugi brilla il puro presente" (da Danubio).

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lunedì, 19 maggio 2008
Things I've seen

e che consiglio assolutamente. Storie delicate, ironiche, mordaci, fantasiose, che rompono la rutina tra un libro e l'altro.

Persepolis

 Juno

C
artoline da Leningrado (Postales de Leningrado)

                lo Scafandro e la Farfalla.


Sto leggendo, con sommo gaudio:
La Virgen de los Sicarios, di Fernando Vallejo


...Tutto sommato, la clausura da fine semestre, con annessa presentazione del progetto di tesi al seminario di Maestria, ha i suoi lati positivi.


[E in mezzo a tutto il bisogno di circondarsi di film e libri che siano miei, ti vedo e mi chiedo un po' cosa tu ci faccia in mezzo a tutto questo. Che a guardarci da fuori pare che non s'abbia proprio nulla in comune. Tu che scherzi sul fatto che studio a Filosofia y Hierbas, mentre io ti vedo fare lo slalom tra lavoro in banca, un corso di sviluppo sostenibile e un altro di economia politica.
Binari di pensiero paralleli e inversamente orientati; io filmdipendente, tu che citi a memoria "l'era glaciale". Io compulsiva consultatrice di biblioteche e libri di ogni genere, che per me spostarsi senza un libro è bestemmia, tu che sbirci curioso la quantità di libri che dovrò rimandare a casa e te la ridi.
E' vero che ridiamo tanto, assieme, che in fondo seduti ad un tavolino a parlare ci possiamo stare le ore, senza i gelidi momenti d'imbarazzante silenzio. Che sotto sotto quanto esci dalla porta della casetta gialla sento un piccolo vuoto aprirsi. Ma ci convivo bene, perchè dopo un po' stare assieme mi asfissia.
Forse è questa sensazione, questo senso di piccolo fastidio: non mi tolgo dalla testa che resti una parentesi, una delle innumerevoli, seppure tra le più durature, una piacevole parentesi di due mesi, che si chiuderà silenziosamente, quando metterò il primo piede in aeroporto.]

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mercoledì, 14 maggio 2008
Buon giorno

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lunedì, 28 aprile 2008
Delle oscillazioni

Dormo troppo, leggo parecchio, adoro il mio corso di letteratura italiana contemporanea, Fenoglio, la Morante (anche se ha ragione chi mi dice: ma dovevi arrivare fino qui per studiare proprio la letteratura del tuo paese? Sto zitta e penso che non si smette mai d'imparare). Mi lascio confondere dagli orari, scambio la notte per il giorno, sogno di viaggi e assurde navi spaziali, suggestionata da Philip Dick. Mi dedico solo alle cose che mi piacciono per scacciare le inquietudini del momento, a costo di lasciar da parte qualcuno, seppur con dispiacere.

Mi cullo al pensiero dell'ultimo viaggio, giù nello stato di Oaxaca e a quanto siamo state bene, laggiù, la coinqua Ecologica ed io. Rivedo tutto come se l'avessi vissuto ieri e  mi si spacca in due lo stomaco al pensiero, tanto s'è riempito di meraviglia e bellezza. Anche se è passata qualche settimana è tutto vivo, si mantengono freschi colori e impressioni, come nelle fotografie che stanno già ben ordinate, nella loro cartella " aprile 2008". L'unica macchia è la pelle colorita che piano piano se ne sta andando via, uno strato dopo l'altro.
D'altra parte osservo gente con cui ho viaggiato, "la banda della Huasteca": vado a una loro festa con La Contraddizione In Termini e, per la prima mezz'ora, osservo loro, osservo il vuoto che mi si fa intorno e penso che, davvero, anche sforzandosi non c'è molto da spartire e non c'è spazio per me.
Il che non mi da il minimo dispiacere.

Oscillo tra trasporto e diffidenza, pensando che accantonare le Indecisioni fa bene, anche se il tutto si sviluppa quasi per selezione naturale. Signor Darwin, un inchino e molte grazie!
Per una volta, però, servono i piedi di piombo e scelgo la cautela, perchè a sciogliere totalmente le difese non mi sento pronta; sebbene, ci siano momenti in cui mi dico "è un mese che ti chiedi se sia vero o meno, ne restano solo altri due", preferisco oscillare, senza pentirmi.
E' che quest'imperativo del vivere minuto per minuto ha i suoi effetti collaterali; perciò preferisco prendermi tempo e sbirciare cosa succede dietro la spontanea allegria che lanci addosso a tutti, con questa risata forte, profonda e riconoscibile a qualsiasi distanza.
Penso che mi fa piacere guardarti, mettendo due passi di distacco tra noi, per capire cosa succede.
E' così che ti ho descritto una settimana fà a una persona amica: "mi piace perchè mi tratta bene". Ora posso aggiungere che, malgrado l'appartenenza politica opposta, c'è anche qualcosa di più che unisce, sia esso una commediola banale e quantomai opinabile, una lunga chiacchierata davanti a una birra a notte tarda o il bracciale bianco e rosso che porto al polso sinistro.

La coinqua ecologica torna da un viaggio e, appena le racconto del finesettimana, si pronuncia: "Ti piace e si vede". Invece io mi questiono, chiedendomi se davvero sia così.
Perchè so cosa succede quando tutto viene vissuto sotto l'imperativo dell'impulso, quando non si vuole capire che significhi "stare a vedere"; ci sono solo la fretta, l'urgenza, l'ansia prima di vedersi e il nodo allo stomaco che si scioglie all'incrociarsi degli sguardi.
E qui, nel Monstruo, sotto il tetto della casetta gialla, non c'è nulla di tutto questo. Non è solo sesso, non è neanche un pallido amore. E' un certo affetto rassicurante a cui non mi va di mettere etichette, per evitare l'errore meschino di legarlo a qualcosa o, ancor peggio, a qualcuno.

[Immersa nelle trafile di pensieri, in queste settimane comporre due righe sembrava la cosa più difficile. Meglio la lettura, mi sono detta, meglio lasciare che altri esprimano quando la propria voce ha solo bisogno di zittirsi.]


"E allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che  in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l'ultimo Altro, anzi l'unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d'amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all'indecenza."
Elsa Morante - Aracoeli

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Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin