Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dà nno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con à ncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...] Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio. Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"
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Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità , i minuti e le sciocche banalità , "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.
54 - la ragazza che si sposa
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Lillo è il nichilista assoluto, lo snobismo fatto a peluche, l'abisso del nulla in forma morbida e pelosa. -in gentile adozione da la Bambina Filosofica-
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SenzaOrologio è una repubblica dove ogni limite ha una pazienza sotto Licenza Creative Commons.
Casa è rimasta vuota per un po'.
Vuota di pensieri e di parole sufficientemente interessanti per trovare ragione di esistere qui, oltre che nella mia testa. Vuota per il bisogno di tenere certe sensazioni per sè e meditarle un poco più a fondo prima di lasciarle libere.
Ora toccherà riaprire le finestre cigolanti, togliere la polvere dai vetri e dall'animale di pezza, ritirare fuori le tazzine da caffè in attesa degli ospiti, radunare le frattaglie di anima, i libri sparsi e, una volta ancora, seppellire l'orologio da qualche parte.
Cominciamo a rispolverare le ultime letture, condite con velleità da laureata in erba.
L'ossessione del mese, siori e siore superstiti, è La Versione di Barney di Mordechai Richler. Canadese, ebreo, sottilmente ironico e tremendous! Iniziato sotto tesi ci ho messo due mesi a finirlo, di certo non per difficoltà sua. Adorato sino a commuovermi a più riprese sul finale, ho trascorso un pomeriggio di cosmica depressione al pensiero di averlo finito così in fretta (le ultime 150 pagine sono partite nel giro di una mattina).
"Per dirla tutta, sono un contaballe nato.
Ma del resto cos'altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?"
A questo sono succeduti due libri della Nina Berberova (Il giunco mormorante e Il lacchè e la puttana), nonchè la celebre Solitudine dei numeri primi -e quella faccia inquietante in copertina che mi fissa ogni volta che entro in libreria ha iniziato a stancarmi, francamente-. Nessuno dei tre paragonabili al precedente, seppure il giovine Giordano sia riuscito a incollarmi per due giorni sul divano (altrui) per leggerne a scrocco una copia, anch'essa altrui.
Insomma, nell'ultimo mese ho recuperato astinenze letterarie e due libri iniziati e abbandonati in corsa.
Nel frattempo sono riuscita a scrivere una tesi in spagnolo di 170 pagine, iscrivermi a due corsi di inglese e francese, laurearmi, festeggiare e magari anche innamorarmi.
Forse s'è rimasti chiusi anche per overdose di emozioni e parole.
Qui ti accolgono come una figlioccia, ospite in casa di una vera matrona messicana, che non ti fa uscire la mattina senza una colazione "come si deve" -ossia, come si deve in Messico-: e dunque, si riscalda al volo la carne, il riso e le tortillas, un poco di tè e pan de muertos, così da affrontare la lunga giornata e le ore che separano dal pranzo, che arriva solitamente tra le 5 e le 6.come pesci nell'acqua.
Vivere il Messico a pelle è ritrovarci, mettendo anche solo un'unghia di te dentro, tutto il meraviglioso e il nefasto. Sin dal primo momento, sembra non sia passato un giorno da quando piangevo a dirotto all'aeroporto, davanti allo sguardo perplesso degli omini targati Iberia; da quando ho conosciuto il bell' uomo catalano con cui s'è piacevolmente chiacchierato durante il volo. A lui è dovuto il piacere del primo caffè del giorno, all'aeroporto di Baracas: era l'alba di una mattina di luglio. Era -quasi- ieri.
Rimettere i piedi dentro al Monstruo vuol dire sapere in anticipo ciò che ti attende: il caos e i licuados, i colori vivi e il cielo senza una stella, il sole che riscalda sin dalla mattina e l'aria torrida del metro, i tacos de la esquina. E ancora il tempo investito e quello rubato, la stanchezza di una giornata intera fuori che ti cade addosso, in una botta sola, appoggiata la testa sul cuscino; la gentilezza degli uomini che, per non dire sempre, spesso nasce nell'evidenza di un secondo fine.
La cortesia e l'accoglienza della provincia (con due ore e mezza di viaggio per raggiungerla, per avere la certezza che sì, sei sfuggita anche all'ultimo tentacolo del Monstruo) si rivelano nello sguardo vivace e stanco di un giovane Segretario della Cultura, che ti porta in giro tutto il giorno e ti presenta l'intera organizzazione del Festival cui parteciperai. I tacos di cecina del mercato e i succhi boing alla guayaba sono l'unica scusa per il pasto della giornata, mentre addentiamo un discorso sul futuro e uno sul passato, mastichiamo aspirazioni, qualche sogno e confrontiamo storie dal sapore antico.
Arrivo alle 6 del pomeriggio e mi trovo stordita da tanto parlare spagnolo: ho solo voglia di mettere i piedi su un pesero che mi riporti verso il Distrito Federal, per scomparire tra i suoi serpenti di luci gialle in movimento. Ma non sarà prima delle 9 di sera che tanto ferfore cederà, davanti alle occhiaie ormai stampate sotto i miei occhi.
A chiudere la suddetta giornata epocale c'è stata un'ora di motorino in notturna. Lo Zelante Segretario, che si definisce Tuttofare di seconda, mi ha portata per gli sterrati della provincia, passando per strade lunghe e buie che tagliano lagune, mentre intorno i paesini di luci si arrampicano pazienti sulle colline e affacciano i loro riflessi minuti sulle distese d'acqua nera. Abbiamo attraversato l'Estado de México, passando vicino ai tre monticelli che si vedono scendendo dal nord, una volta rivolto lo sguardo sino al profondo sud del Valle; e ancora, i barrios, la gente per le strade alle 10 di sera, i negozi aperti, un'infinità di taquerias improvvisate e di matrone sedute sullo sgabello a servire passanti e vicini affamati. Mi dice: vedi, qui siamo già al DF e non più nell'Estado de México, si nota la differenza, non è vero? E ancora: e questa è Itztapalapa, anche qui è diverso rispetto a Tlahuac, è meno "periferia". Ecco un mondo in cui pochi kilometri sanciscono sfumature, marcano differenze e sottolineano condizioni a cui adeguarsi.
DF è sentirsi a casa dopo poche ore, arrivando ad annaspare nella propria ciotola d'acqua proprio per lo stupore, acuto e quasi dolente, di quanto questa fetta di mondo sia conosciuta.
E' mancato il riambientarsi, il distendersi della gamba per compiere il primo passo: sono qui e ci sono sempre stata, sono qui e ho poco tempo. Ma il Monstruo mi ha già annusata e messa sotto la sua ala scagliosa e un po' puzzolente. E io non so fare altro che aggrapparmi a una delle sue unghie, come a un peluche ruvido che concilii il sonno ancora scosso dal jat-lag.
Il soggiorno illuminato da su una stradina che potrebbe essere quella di una qualsiasi città: di fronte, una casa arancione acceso e le tende azzurrognole che ricoprono ogni vetro del palazzo a fianco. Il quartiere, pieno di ristorantini etnici e qualche negozio vintage ha un'aria poco familiare e del tutto diversa dal sud della città e dal condominio dello scorso anno.
Abbiamo: una sala infinita, tre camere da letto, una cucina funzionante il cui forno non rischia di farci esplodere se messo in funzione, ben tre, e dico tre, bagni. Due con doccia. A pasturare in giro, il Signor Verosudamerica e due parigini, che ti hanno gentilmente concesso più che un angolo di pavimento per la tua permanenza.
Questa è la Condesa, uno dei quartieri bene, appoggiato tra l'enorme parco di Chapultepec e il Centro Historico della Gran Ciudad. Con i suoi viali alberati, i puestos delle edicole, le strade ben tenute, la tranquillità di una zona residenziale di un "certo tipo" e qualche parco qui e là, a tenere lontano il frastuono di traffico e gente su Insurgentes Sur.
Dopo un viaggio di dodici ore sui 50 cm x 50 offerti dalla British, nonchè una coppia di silenziosissimi e quanto mai riservati abitanti delle Highlands, non si può desiderare altro che due chiacchiere di fronte a una Negra Modelo* e dei tacos del Tizoncito (posto che sfoggia una lunga tradizione di ottimi tacos al pastor). Anche se, a buttarla sui numeri, sei in piedi dalle 6 e mezza di mattina, hai dormito poco più di 4 ore in aereo e il tuo personale fuso segna le 4 di mattina, bastano queste due cose per rimettersi in moto.
Ora non resta che smaltire il fuso, visto che ti metti a letto prima delle 10 di sera e sospetti di svegliarti intorno alle 4-5 di mattina, riprendendo sonno intorno alle 7, poco prima che l'aria si riempia dell'acqua scrosciante delle docce, i borbottii della caffettiera, un tintinnare di cucchiaini e allegri scricchiolii di porte e parquet.
Il giorno prima di domani sarò, sono, impazzita e impaziente, saltellante tra una camera all'altra nella speranza di riuscire a finire tutto il prima possibile.
Siamo sempre a numero 2 valigie, che sia un anno o un mese le cose non cambiano poi di molto. Forse la scelta del guardaroba è solo di poco più mirata all'umore variabile della stagione.
E poi, che dire, ci sono i check in online, i cd buttati sul pc all'ultimo minuto e un treno da prendere per la città stilosa e fichetta per eccellenza.
Ready, steady...
se hace el camino al andar -Antonio Machado su carta, Sabina e Serrat in musica-
Per la prima volta da un paio di settimane ritrovi un momento di silenzio assoluto, in cui resta fuori dalla stanza anche lo scuotersi violento delle fronde degli alberi.
Di nuovo in Toscana, dopo aver percorso quotidianamente i portici nelle ultime due settimane; è così che il tempo sembra sospendersi di nuovo: la sveglia non suona, perchè ti alzi con la luce mattutina che entra dalla finestra, scendi e c'è una caffettiera piena a metà e ancora tiepida a darti il buongiorno.
Sono queste le tue mattinate, dove non esiste capo nè coda, dove manca quello scandire costante delle faccende da sbrigare, di fotocopie e prestiti in biblioteca, di corse in facoltà e telefonate col relatore seduta nel cortile. Ma anche il tempo per un caffè, per fare compagnia negli altrui giri e impegni, il sentire addosso l'emozione e l'impazienza viva di rivedere facce conosciute e confrontarsi dopo tanto tempo.
L'ombra del Nettuno riserva sempre sorprese.
Ieri, seduta e con un libro nuovo in mano, hai avuto un incontro inaspettato con il Burkina Faso. Un gruppo di gentili signori, in viaggio di lavoro e con l'aria del turista poco invadente, si sono avvicinati; sono bastate due parole del poco francese che ti rimane per iniziare la conversazione. Una sensazione di euforia buffa, una foto e un ricordo di cuoio rappresentano quanto ti è rimasto di un incontro sporadico e unico; complice il sole caldo e il buon umore del momento, ora questo ti sembra quanto di più incredibilmente bello ci possa essere per mettere un segno sulla giornata.
In questi viaggi brevi ti segue un libro meraviglioso, oscillante, difficile; eppure, nonostante ciò, riesce a strapparti delle risatine incontrollate nello scompartimento affollato, mantenendoti concentrata e attenta allo svilupparsi delle vicende. Nell'attesa di terminarlo, ripercorri alcune pagine dell'intreccio tra i due rami della storia (Johnatan scrive, Alex risponde); ogni volta ci trovi una frase, un concetto che ti era sfuggito.
Quello rispolverato oggi è "non si erano mai visti da lontano. Non avevano mai conosciuto l'intimità più profonda, quella prossimità raggiungibile solo con la distanza. Lei andava al foro e lo guardava in silenzio per alcuni minuti. Poi si riallontanava dal foro. Lui vi si avvicinava e la guardava a sua volta in silenzio per qualche minuto. E in quel silenzio raggiungevano un'altra intimità, quella delle parole senza parlare".
Quando sei un aficionado delle valige e dei treni, delle partenze con o senza troppa emozione, c'è anche da ricordare che ogni partenza ha come conseguenza un arrivo. Caso speciale, quando l'arrivo non è solo un mettere i piedi ovunque tu sia, ma abbracciare con gli occhi un paesaggio ben noto.
La cosa che mi piace, del ritornare in Trentino, è che pregusti il momento quando iniziano a crescerti davanti le montagne e intorno riconosci già la valle dell'Adige. Seppur nelle loro forme alte e indifferenti, pare che ci sia nell'aria una sorta di abbraccio scomodo, che non t'aspetti.
I primi pensieri sulla città che ho più frequentato nei miei ultimi anni di liceo sono stati: è davvero troppo civilizzato. Strade pulitine e pavimentazione di porfido impeccabile, rotonde con i fiori, ordine e soprattutto un caldo piacevole, arioso. Passare dal fresco della campagna toscana, all'afa bolognese, sino a raggiungere questi 25 perfettissimi gradi mi pare l'equivalente di un rozzo slalom dantesco tra le stazioni metereologiche del centro-nord.
Tornare a Trento, immergendosi nell'atmosfera di sempre dopo anni di latitanza, è stato stranamente naturale: due ore e sembrava non me ne fossi mai andata; tutto questo malgrado le novità, i ragazzini che sono diventati maschi e i maschi che diventano uomini. Quello che non cambia è la prevalenza acuta di testosterone che aleggia tra aria e corpi, incorniciato da un "caos calmo" (cit) di videogiochi, fumetti e discorsi su anime che mi sono persa. Sono state giornate di oscillazione tra quello che eravamo e quello che stiamo diventando, racconti di amici che si sono persi per strada e lunghi discorsi davanti a un negozio, una sigaretta e qualche caffè che facevano dimenticare cose fosse la noia.
C'è voluto un po', bisogna ammetterlo, ma s'impara anche a riscivolare dentro a un mondo che, nel modo più stupido e ottuso possibile, era stato sepolto sotto la croce che un'unica persona meritava. E l'affetto che ti ha circondata in questi giorni, le confessioni, le birrette, le risate stesa sul divano a leggere un fumetto assolutamente geniale, ti hanno riportata indietro per ricordarti cosa c'era di meraviglioso in tutto questo e perchè è bastato così poco, per farti capire quanto ne avessi davvero sentito la mancanza.
Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti parola di Jasper Griffin