Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dà nno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con à ncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...] Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio. Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"
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Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalitĂ , i minuti e le sciocche banalitĂ , "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.
54 - la ragazza che si sposa
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Edi, Signora dal capello sempre perfetto, ha abbandonato la CittĂ Rossa per la seducente CapitalCity
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Lillo è il nichilista assoluto, lo snobismo fatto a peluche, l'abisso del nulla in forma morbida e pelosa. -in gentile adozione da la Bambina Filosofica-
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SenzaOrologio è una repubblica dove ogni limite ha una pazienza sotto Licenza Creative Commons.
Malgrado il silenzio non è che non scriva.
Scrivo d'altro, della tesi, scrivo email per mantenere contatti, scrivo e ricerco un filo tra i pensieri che si scindono, s'intrecciano e si confondono coi ricci.
Formulo pensieri con le doppie punte, senza il coraggio di andare a farmeli tagliare.
Scrivo altrove, al pc, sull'agenda, ma i pensieri che ho formulato in queste tre settimane restano "indicibili" e sconclusionati. C'è poca chiarezza, c'è troppa esitazione nel susseguirsi delle lettere, delle frasi, dei paragrafi.
Per esempio il Messico: andare-tornare.
Sembra facile, sembra di rientrarci come ti puoi riadattare a una penna che non usavi da tempo e che è rimasta lì, a trattenere le proprie parole in attesa del momento giusto. Eppure non lo è.
Ti rendi conto ora di quanto ti stanchi ricominciare una volta ancora, conoscere persone nuove e lasciarsi trascinare dagli eventi. Quanta energia ci voglia per risultare interessante e interessata, disponibile, amichevole; malgrado l'essere animale sociale, restare un giorno in casa tra i propri libri è come prendersi un respiro di pausa dal vortice.
Stavolta percepisci la distanza, arrivi a sentire "la mancanza" (di persone, situazioni, sapori, sguardi), vedi scorrerti davanti agli occhi tutte le "buone ragioni per tornare", una volta ancora: che il futuro è una palla di cannone accesa, ma resta ancora in lontananza a farsi guardare prima di esplodere.
Per esempio sapere di aver passato la soglia delle tre settimane e avere una nitida percezione: ciò che sta dietro, è successo, è stato -incontri, emozioni, soddisfazioni, amarezze, incazzature, perplessità- e quanto ancora ha da venire. Sei sulla soglia e non puoi evitare di alzarti sulle punte per guardare avanti: di nuovo Bologna, di nuovo gli esami, la tesi da finire, di nuovo i portici, gli amichetti e il tornare a una dimensione "universitaria" del vivere. Delle case con coinquilini, dei caffè alle 9 la mattina, dei libri che pesano sottobraccio, delle sospiratissime cene.
Dall'altra, restano le ore passate sull'autobus, l'aria pulita che si respira sotto i vulcani e il vento freddo che ti scuote la gonna, le 12 ore passate sui tacchi -dopo un anno di scarpe piatte e pensi che sì, andare sui tacchi è come andare in bicicletta, dopo i primi 3 scalini è tutta discesa-: prospettive future, possibilità di tornare, stavolta con qualcosa in mano, progetti che potrebbero nascere e concretizzarsi.
Per esempio ricordarsi dell'importanza del momento.
Scrivo con le mani che sanno di mandarino, mentre le bucce giacciono abbandonate su un tovagliolo sopra il tavolino del soggiorno.
Mi godo l'ennesimo incontro con un ragazzo argentino conosciuto il secondo giorno che stavo qui, nel barrio, e che mi parla nel suo italiano buffo, con vago accento marchigiano (è stato tanto ad Ancona, mi raccontava). La conversazione mi lascia un vago sentore di "casa".
Avvolta nel piumone, a tossire tutti i batteri possibili, ieri notte mi stringevo la sensazione ancora viva di un ricordo prima di addormentarmi: era il profumo del sapone fatto in casa.
Tipo che mancano 2 giorni alla partenza e sono state già organizzate rispettivamente una fiesta de despedida e una cena. Entrambe ben riuscite poichè mi dicono che si sia raggiunto l'obiettivo: sbronza collettiva e pance piene.
Ormai posso dire che quest'anno messicano è riuscito almeno in qualcosa: a farmi venire enormi dubbi sull'ortografia italiana (ma pance ce l'ha la i...?)
A due giorni dalla partenza posso solo pensare che "Nothing is real and nothing to get hung about".
E alle 2 di notte, una notte in cui ha davvero piovuto parecchio e il DF si sta allagando mentre noi siamo rimasti qui a chiacchierare, a mangiare, a ridere, a questi benedetti due giorni dalla partenza, dal ritorno, quello definitivo, il giorno X, non posso fare a meno di ascoltare insistentemente i beatles, scrivere email cretine con domande cretine e chiedermi se è poi così stupido addormentarsi abbracciando un libro ricevuto in regalo.
Bah.
[ Prologo]
Tre ore. Dormire tre ore e sentirsi in testa un martello pneumatico. Forse era la serotonina che ieri non ti permetteva di sentirlo più di tanto, mentre ancora alle 4 te ne stavi arrotolata nel piumone con di fronte due occhi enormi e le parole continuavano a scorrere naturali
/Spesso ti chiedi come certe cose ti riescano in scioltezza solo in terra straniera:
Accovacciarsi a cucchiaio
un braccio sulla spalla
farsi cingere la vita
lasciarsi sfiorare
sentire Quella tensione crescere
(Parte dalla base della colonna spinale Raggiunge tutto lo stomaco)/
Hai delle occhiaie che cominciano da te e arrivano sino in università, qualche pensiero nel vuoto
Voglia di uscire con le coinque a shoppo compulsivo
flash/ era da ieri che osservavo e pensavo quanto cazzo ti sta bene quel preciso tono di blu della maglietta e i jeans che ti cadono sul culino sodo Continuavo a pensarlo anche stamani mentre con gli occhi ancora stropicciati e l'aria sonnolenta ti rinfilavi la maglietta
- la luce della finestra mi faceva socchiudere gli occhi quel tanto da poter ancora intravedere//
flash/ -ma tu e l'Apatica da quanto state insieme? -Da un anno... -Ah. -E' che non sono innamorato e non sono sicuro di quello che voglio fare -Credo che sotto sotto sappiamo quello che vogliamo, forse dovremmo solo ammetterlo//
Confessione: sei qualcosa di solido e confortante, spontaneità nei gesti e nelle parole
Paranoia: martedì abbiamo lezione tu, l'Apatica e io... No, non posso saltare perchè è l'ultima
Confessione: se al mondo tutti baciassero così ci sarebbero meno professoresse frustrate la mattina presto agli esami
Paranoia: mi dicono "guarda che le messicane sono gelosissime, peggio delle italiane"... aiuto!
Confessione: c'hai la schiena tanto spessa che mi c'appenderei a koala tutta la notte
Paranoia: per martedì voglio un'armatura, che non si sa mai
Miercoles, la noche de las mujeres.
Perchè anche qui, sull'AltraSponda, nella Gran Ciudad, c'è bisogno di quella sorellanza che solo in certe occasioni si può creare. Un tavolo con birre, pane e stuzzicherie, una pasta alle verdure in fase di cottura e un gruppo di donnine con in sottofondo la partita Messico Guatemala.
Il bello di queste serate è che non importa che non ci si conosca, non importa che ciascuna venga da un luogo diverso, che una sia un po' più "ragazza per bene" e quella seduta al suo fianco sia dichiarata -scherzosamente- la ninfomane della serata. Ci sono certe cose che restano universali e per questo ci accomunano, malgrado diversità di esperienze, paesi, uomini con cui abbiamo avuto tutte a che fare. Ci sono gusti differenti, cose che ci piacciono e non ci piacciono, scambi di opinioni che finiscono in lunghe risate catartiche, mentre ti butti indietro nella poltrona morbida e ci sprofondi un po' di più con la birra in mano. Sigarette nel posacenere, una tavola incasinata e l'aria ancora piena dei discorsi così nostri, così "da femmine".
E' l'ammettere che "sì, stai coqueteando* parecchio in giro" e sapere di non essere giudicata.
E' prendere il taxi, salutanto le tre padrone di casa, e rendersi conto di quanto ci sia bisogno anche di questo per stare Così Bene.
Jeudì, vive la France.
Forse non lo sapevate ma è da qualche giorno che, nel depa italofrancese, siamo in netta minoranza. Sono giunti, direttamente dall'oltremanica, una coppia di amici della coinqua Ecologica.
Dopo un paio di giorni di disperazione per il tragico smarrimento dello zaino con scorte di vettovaglie portentose, ieri sera s'è dichiarata la serata dei formaggi.
Per non esimerci, malgrado l'assenza di pecorini e scamorze con cui rivaleggiare sul fronte, noi s'è contribuito con una spaghettata aglio olio e peperoncino, che ha fatto il suo discreto successo a tavola ed è finita a far compagnia a due lunghe baguette. Del tutto, a fine serata, non erano rimaste che poche briciole e qualche traccia di olio sul fondo della pentolaccia.
Tre mesi senza formaggi procurano mugugnii semi-indecenti ad ogni fetta di pane spalmata, sapevatelo.
Si finisce per mettere in tavola anche un po' di messicanità, un buon mezcal con tanto di vermetto sul fondo: si aprono i rituali di iniziazione tra limone-sale piccante-e giù un sorso.
Mentre la coppietta opta per il letto dopo la mezzanotte, rimaniamo noi tre, sedute a scattarci foto sul divano, parlando degli Altri Viaggi della coinqua Antropologa.
Per la prima volta penso che una convivenza tra sole donne non è poi così terribile, mentre ridiamo della nostra poca preoccupazione di fronte a un pavimento semiindecente e al casino lasciato sul tavolo.
Pensieri sul Nord, sulla Baja California e la Barranca del Cobre, su quanti posti ci sarebbero da vedere e sulle poche uscite che ancora sei riuscita a organizzare. E ti riprometti che in dicembre e gennaio non vorrai fermarti più di un secondo.
Pensieri su un libro che ti manca e che vorresti rileggere da morire, un libro che ti hanno consigliato ed è diventato un pilastro; un libro che hai regalato a chi ha saputo davvero apprezzarlo e che ha rafforzato un'amicizia. Un libro che non ti sei portata, ma a cui in questi giorni non smetti di pensare e che non puoi fare a meno di raccontare.
[E poi resti tu, in un angolo della testa. Tu, nelle multiformi presenze dietro cui ti nascondi, malgrado i mille tentativi di convivenza pacifica negli anni, malgrado l'avere cancellato qualsiasi tua traccia. Tu, in certi eccessi di sincerità in cui séguito a pensare che sei parte della mia vita e un giorno ci ritroveremo. E forse allora staremo insieme. Oppure imparerò finalmente a convivere con la tua assenza.]
*coquetear: serve proprio la traduzione? diciamo un giusto compromesso tra sbattimento di ciglia, due struscini e qualche numero lasciato in giro.
E ti prende così. Un po' di mal di gola, pensieri strani, una giornata in cui, per smuoversi di casa e arrivare in facoltà, ci vorrebbe l'argano. Ti pesa il culo, insomma.
Oggi è il giorno dopo ieri e ieri sono successe tante cose.
Che a sentirsi dire "No, non ho tempo per te, mi dispiace", non è proprio una cosa gradevole.
Oggi si sciolgono le tensioni di tre giorni e ti senti quasi la febbre; ieri, giorno di lezioni pesanti e girare carica di fotocopie a mò di mulo; ieri, dove in un prato hai perso un orecchino appena comprato; ieri, dove hai conosciuto alcuni della Banda del signor Mulino-a-vento e, credi, almeno loro abbiano apprezzato
Tanto che uno degli amici del Mulino dava quasi l'impressione di volerci un po' provare. E senza pensarci tanto, chè avevi bisogno di affetto e distrazione, devi aver dato l'impressione che, beh, in fondo, non stavi affatto disdegnando.
E' in questi modi assurdi che l'Amico del Mulino, anche ribattezzato Indio Verde, ha accettato di condividere il suo auricolare del lettore mp3 con te, ha suonato la chitarra (ay, i musicisti!) e cantato con una voce profonda e piacevole, ti ha aspettata sino alle 9 e accompagnata al tuo pesero.
Come ci siano arrivati dei rametti nel mezzo dei tuoi capelli, non è lecito esplicitare.
Però c'erano. E anche nella sciarpa. E l'orecchino reduce, stava solo e triste ieri sera sul comodino.
Il buon vecchio Brezny risponde:"[...] Evita le soluzioni parziali, per favore, i tentativi goffi e i comportamenti avventati."
Qui la vita si vive intensamente e si passa da un alto a un basso, oscillando sul ritmo di una cumbia. Poi d'improvviso la musica si ferma e tiri il fiato.
Come oggi, in cui hai rivisto l'Indio Verde e, coinqua Antropologa dice, ti ha salutata e baciata più a lungo e con un certo affetto. Oggi, in cui hai passato due ore ascoltando in radio la voce del Mulino, scherzando via msn e facendo finta di nulla. E lui parla di un giorno come il 2 de Octubre '68, il massacro di Tlatelolco e il bisogno di non dimenticare.
Ci sono cose frivole e ci sono canzoni che ancora ti fanno tremare.
Ma tutto si cura e si scioglie, con una tazza di latte, miele e un pizzico di cannella prima di andare a dormire.
*letteralmente: fancazzismo. Di quello serio e bolognese in un pomeriggio d'afa estiva. Per intenderci.
Sei seduta sul pesero strapieno. E fai spazio, nel tuo angolino, per far salire uno tra i rari esemplari di *Messicani Boni* che ti si pone esattamente di fronte. In un momento di vaga estasi, mentre non riesci a non lanciargli qualche occhiata, ti ritrovi a sorridere tra te e te, pur senza dimenticare che sei seduta contromano a fianco alla marcia del veicolo, che viaggia a certa velocità sull'Eje 10 della Gran Ciudad e se frena d'improvviso potresti, volente o nolente, appiattirti violentemente sul vetro già incrinato.
Ma tutto ciò non smette di piacerti, nel suo caos allegro, che non può che definirsi tale.
Vi scambiate qualche convenevole, nella assurda posizione a cui siete costretti; attendi di scendere poco oltre casa tua, per quelle due parole in più. E lui ha proprio una bella voce e i modi gentili che ti aspetteresti.
Era lunedì scorso, stavi sulla balconata di filosofia a fissare lo spazio enorme de Las Islas (immenso pratone con boschetto nel pieno della facoltà, costellato di coppiette limonanti e rotolanti). Così t'accorgi che un tipetto assai curioso ti osserva con aria sorniona e sorride. Attacca bottone nella maniera più strana che ti sia capitata "Guardavi le nuvole? Certo sono proprio belle stasera".
La tua faccia faceva più o meno così O____O
E si scopre che codesto tipo, che ti parla dal suo metro e 60 di figurino palestrato, è un Addestratore di Cani Filosofo. E se ne va in giro con in mano un classico di Platone con la naturalezza che solo i filosofi puri, t'immagini - pur non avendone mai incontrato uno -, potrebbero avere.
Insieme alla chiacchierata e a questo sorriso che ti porti dentro, chè l'Addestratore Filosofo un po' non t'era mai capitato, si premura di annotarti anche Due numeri di telefono. Casa e cellulare. Filosofo e pure un po' ingegnere, forZe.
Oggi è lunedì. E speri vivamente di non incontrarlo. Lui e la sua idea di te come "angelo bianco che cala dalla scalinata (grigia e sozzina) di Facoltà con dimolta grazia". Avevi la gonna bianca e il boccolo a prova di bomba.
La gonna bianca verrà d'ora in poi evitata durante il periodo di lezioni.
E infine c'è il Rockettaro, compagno di uno dei corsi di brasiliana che, durante una estenuante conferenza, ti manda bigliettini chiamandoti "niña" e reclamando il tuo aiuto per una traduzione in italiano (si noti che codesto ignora quanto certi nomignoli possano farti UnCertoEffetto). Si svela poi che vuole che gli traduca un intero fumetto, versione raccapricciante dell'arcinoto Pinocchio. Così, passate due ore a farvi il culo verde sul pratone, mentre tu spieghi e scavi nella memoria per trovare le parole giuste, e lui pare vagamente indeciso tra il guardare le figure e occhieggiare la tua scollatura.
Non contenti, ci si dedica a un giro al Fondo di Cultura Economica dove svendono libri. Uscire da una libreria con tre libri pagati 2 euro (in totale, sia chiaro) è causa di estremo godimento. E mica libracci di quart'ordine e edizioni farlocche.
Sul pesero, verso casa, c'è uno scambio di numeri di telefono e la promessa di una futura cena in compagnia delle ragazze del corso.
Passi il finesettimana con un occhino al cellulare e un piede a mezz'aria, domandandoti se, tutto sommato, si riesca ancora a perdere qualche briciola di sanità mentale per così poco.
L'attesa di una risposta che non arriva viene immediatamente consolata con un giro palliativo -e finanziariamente disastroso - al mercato domenicale di Coyoacan.
-Con Coinqua Antropologa s'é ormai stabilito che non ci possiamo tornare più di una volta al mese, per la sanità del portafogli e la futura pesantezza delle valigie del ritorno -.
La Gran Ciudad porta distrazioni, una serata con amici, dove gli amici degli amici sono decisamente "fresa"* e un tantino insopportabili, una feria di quartiere dove seguitano a sparare botti e a metter musica improponibile sino alle 3 del sabato notte, un banchino, dove comprare collane colorate e orecchini di semi è la cosa più bella del mondo; così, tutto sommato, si finisce per dimenticare anche il silenzio virtuale di quel messaggio mancato. Ed è così facile non pensarci più.
*fichetti... per come possono esser fichetti i messicani. Compatati alla media italiana, potrebbero quasi considerarsi freak. E ho detto tutto.
Signori miei, sto guardando una telenovela mexicana, sì una di quelle vere, e c'è una donnina graziosa e dal visino dolce che sta continuando a rilasciare scoreggini in giro per i set, tanto da far sbiancare anche i suoi colleghi attori più impavidi.
Appena scopro il titolo verrà inviato un comunicato stampa ai 2(5) lettori.
Tutto ciò è meglio di Vivere e Cento Vetrine messi insieme.
Oggi si rifletteva sui semplici bisogni del quotidiano. Leggendo quest'altra Signora in partenza, meditavo su quanto certi oggetti dettino i ritmi della nostra vita, lasciando una serie di impressioni che, di luogo in luogo, restano uguali pur cambiando.
Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti parola di Jasper Griffin