Sin reloj

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti dànno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. [...]
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

Julio Cortázar - "Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio"

Senza Orologio

Utente: Bristalian
Nome: Marchesa
Se questa dovesse essere una casa, allora fate si che il passaggio da queste parti non sia affrettato, ma nemmeno che ci si attardi troppo. Che anche l'ultimo arrivato sia sempre benvenuto e che si cancellino le formalità, i minuti e le sciocche banalità, "pan nuestro de cada dia". E ogni viaggiatore, all'entrare, lasci fuori dalla porta il suo orologio.

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Viaggiatori senza orologio

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giovedì, 02 aprile 2009
Comin' back... home

Casa è rimasta vuota per un po'.
Vuota di pensieri e di parole sufficientemente interessanti per trovare ragione di esistere qui, oltre che nella mia testa. Vuota per il bisogno di tenere certe sensazioni per sè e meditarle un poco più a fondo prima di lasciarle libere.

Ora toccherà riaprire le finestre cigolanti, togliere la polvere dai vetri e dall'animale di pezza, ritirare fuori le tazzine da caffè in attesa degli ospiti, radunare le frattaglie di anima, i libri sparsi e, una volta ancora, seppellire l'orologio da qualche parte.

Cominciamo a rispolverare le ultime letture, condite con velleità da laureata in erba.
L'ossessione del mese, siori e siore superstiti, è La Versione di Barney di Mordechai Richler. Canadese, ebreo, sottilmente ironico e tremendous! Iniziato sotto tesi ci ho messo due mesi a finirlo, di certo non per difficoltà sua. Adorato sino a commuovermi a più riprese sul finale, ho trascorso un pomeriggio di cosmica depressione al pensiero di averlo finito così in fretta (le ultime 150 pagine sono partite nel giro di una mattina).
"Per dirla tutta, sono un contaballe nato.
                  Ma del resto cos'altro è uno scrittore, anche se alle prime armi come me?"


A questo sono succeduti due libri della Nina Berberova (Il giunco mormorante e Il lacchè e la puttana), nonchè la celebre Solitudine dei numeri primi -e quella faccia inquietante in copertina che mi fissa ogni volta che entro in libreria ha iniziato a stancarmi, francamente-. Nessuno dei tre paragonabili al precedente, seppure il giovine Giordano sia riuscito a incollarmi per due giorni sul divano (altrui) per leggerne a scrocco una copia, anch'essa altrui.

Insomma, nell'ultimo mese ho recuperato astinenze letterarie e due libri iniziati e abbandonati in corsa.
Nel frattempo sono riuscita a scrivere una tesi in spagnolo di 170 pagine, iscrivermi a due corsi di inglese e francese, laurearmi, festeggiare e magari anche innamorarmi.
Forse s'è rimasti chiusi anche per overdose di emozioni e parole.


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lunedì, 05 gennaio 2009

John Mayer - Gravity

Bologna apre i suoi pomeriggi migliori, cielo terso e freddo che schiaffeggia la faccia. Dalla finestra si vede che la poca neve caduta ancora non s'è sciolta e c'è da godersi la visuale di qualche tetto imbiancato verso i colli. Casa mi àncora a sé e mi tiene stretta, coi suoi divani comodi e la temperatura ideale, ma guardando fuori è troppa la voglia di due passi.
Musica nelle orecchie per cancellare la gravità a suon di passi spediti.

Gravity it's working against me.
Dicembre è stato un mese di piombo. Di notti insonni a rigirarsi a letto con i medesimi pensieri fissi in testa e tanta incapacità di quietarli e farli -puff- sparire. Risvegli con le occhiaie e ricacciare la stanchezza indietro a forza, a colpi di caffè durante le mattinate eterne. Di sguardi abbassati, frustrazione, rabbia, pianti silenziosi e non voluti, per non poter spiegare, per non riuscire a spiegarsi perchè.
Aggrapparsi con le unghie ai sentire positivi, stordirsi in compagnia per arrivare dove l'inquietudine non avesse accessi nè diritti.
Il respiro di sollievo è arrivato con il Natale, il cambio d'aria, d'atmosfera, la famiglia che, senza volerlo, ha operato uno swing all'umore e ho potuto, infine, dormire una notte intera senza svegliarmi.

Just keep me where the light is.

Da inizio anno s'è deciso di mettere da parte quelle sensazioni e vivere più leggeri. Per ogni mese del 2008 ho eletto simbolicamente una paturnia, una gioia, un incubo, una malinconia, un'inquietudine immotivata, una lezione da imparare.

Gennaio: e mai più permettersi delusioni da chi non merita neanche rispetto.
Febbraio: la gioia del viaggiare e riscoprirsi.
Marzo: capire che, a volte e solo a volte, la sociopatia è preziosa e necessaria per una sana vita sociale.
Aprile: l'infinito fascino della letteratura e dell'intraprendere un'avventura imprevedibile.
Maggio: la morte di un'ipocrisia, con una sprangata di intolleranza.
Giugno: cassare le indecisioni. Le prorie e, se concesso, anche le altrui.
Luglio: un viaggio lungo una vita, o forse solo 14 ore, che insegna a tornare.
Agosto: incapacità di perdono. ancora.
Settembre: quella sensazione lì - un formicolio, un brivido. l'attesa e il respiro trattenuto a forza. sfiorarsi appena -.
Ottobre: imparare a fare l'amore con un'enorme Città, Signora capricciosa e decadente; imparare a fare l'amore con la Provincia: Fanciulla con grandi aspirazioni e di infinita saggezza.
Novembre: sognare e scegliere.
Dicembre: sentirsi affogare, spingere sempre più giù e sgomitare per risalire ogni volta a galla. E scoprire che sono io quella che si lega i sassi ai piedi.

E Gennaio è appena agli inizi, ma promette già molto di buono.
C'mon keep me where keep me where the light is...

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venerdì, 02 gennaio 2009
Correva l'anno... e correva senza alcuna fretta

Bologna ti apre i portici e le braccia alle porte del 2009. In questo secondo giorno di gennaio il Mercato delle Erbe e il banchetto preferito non sono mai stati così vuoti; stupisce vedere le commesse di Limoni languire sul bancone mentre le clienti, per una volta, sono loro numericamente inferiori.
A salire per via Nosadella pensi ogni volta che la discesa sembri sempre di molto più rapida, specie quando le borse della spesa ci sono e pesano; le vetrine illuminate per i pochi rimasti in città ti scorrono a fianco lente, così come, dall'altro lato, scorre il poco traffico a riempire le strade inumidite degli ultimi segni di neve. Ti imbaccucchi di rosso vestita e procedi con un sacco di verdure e cibi "sani" per compensare gli stravizi di Capodanno (come una mezza teglia di tiramisù fatta fuori in tempi record); si fanno promesse da 3 ore di piscina a settimana e capitoli di tesi da terminare in tre giorni.
Vedremo chi la spunterà.

L'anno nuovo è cominciato da sotto il piumone di casa fraterna: i nostri piedi spuntavano dal fondo del letto e lui indossava i calzini ridicoli e a righe coloraterrime, regalati dalla sorella folle per l'occasione. E' capodanno e siamo l'incarnazione della pigrizia: cucina moderata, stuzzichini, quintali di lenticchie e uno zampone che ci guarda sconsolato, presentendo la sorte bollente che gli toccherà. A chiudere il tutto, vinello, il tiramisù sopraccitato e un prosecco per festeggiare.
Però siamo semplicemente bellissimi: lui col maglione pesante tibetano, e tu con il vestitino viola di max e compagnia, appena comprato.

Affrontando quella che pensavamo dovesse diventare una lunga notte, ci stupiamo di quanto seppur ci separino 11 anni, Herby il maggiolino accomuni le nostre infanzie, forse grazie a un babbo che non s'è stancato mai di vederlo (con lui al cinema, con me in tv e cassetta).
Al secondo film di Herby, passiamo a Blob e lì ci fossilizziamo.
Letteralmente: dopo poche telefonate di rito alla famiglia, la mezzanotte e il brindisi, gli auguri, gli auspici, i desideri, le risate per il genio di Ghezzi, i discorsi di uomini... all'1 sei schiantata di sonno, assassinata dal dolce peso del piumino e dal suo teporino ammaliante.

Il giorno dopo sono ulteriori pigrizie: due concerti di capodanno in tv, una passeggiata per l'Oltrarno e arrivare sino a Porta Romana; vedersi Come dio comanda al cinema e rimanere un po' silenziosi, straniti, senza grandi commenti da fare, per una volta.
La sera, dopo il terzo pasto a base di lenticchie giuri che non le vorrai vedere per due mesi almeno.
L'anno nuovo si condisce con sensazioni casalinghe, urli notturni di cui non capisci granchè -ma per un momento t'è parso che nulla di buono stesse accadendo, nella strada di sotto-, ritardi col treno compensati da un inaspettato signore alto un tappo e un cacio, che ti sistema in alto i cadaveri di valigie e poi, arrivata, te le rimette anche a terra e saluta agitando la mano come i bimbi.

L'anno nuovo si apre, finalmente, con la promessa di distanze che presto si colmeranno e con i progetti per una nuova Casa dove mettere almeno una minuscola punta di radice. Anche fosse per poco.

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lunedì, 29 dicembre 2008
Famiglia

Quest'anno a Natale hai cercato di guardarli tutti dal di fuori: la casa riecheggiava più o meno ogni cinque minuti del nome di qualcuno, la tv sintonizzata su Dottor House con zia Genoa che provava ad ascoltarlo, in sottofondo altri mille rumori e chiacchiericci. Mentre si preparavano i pranzi si pensava anche alla cena e allora via, un budino da preparare al volo, col cioccolato che si fondeva nel latte mentre il dottore isterico ingoiava pillole e zio passava per la cucina scandendo: "Foreman, la biopsia!".
Hai immaginato casa con in mezzo qualcuno di estraneo per vederli e, infine, hai concluso che li trovi tutti sommamente divertenti; Cugino, futuro prossimo papà, è già subissato dalle richieste per chiamate appena Cugina metta piede in ospedale a gennaio. Dal canto mio, la prima cosa è stata chiedergli che nome avrà il pupo. Così, tanto per sapere di che perculate potrà soffrire in futuro. Dicono si chiamerà Alexander Leonardo, sicchè noi s'è annunciato che, oltre a doppio nome e cognome, gli affibieremo anche un Magno, da Vinci a completare il tutto.

[Leggende: si dice che al telefono, quando nacqui, nonna avesse capito che avrei dovuto chiamarmi Costantino e si mise a piangere.
Si dice anche che tastandomi avesse pronosticato: ha il pettino alto, avrà delle belle poppe.
Forse non disse proprio poppe, ma sul resto c'azzeccò.]

Ci sono questi pomeriggi interi passati a giocare al paroliere e in queste cose nessuno sembra invecchiare di un anno. Intanto, NonnoBerto bofonchia in soggiorno chiedendosi com'è possibile che si possano passare 4 ore di fila a giocare a un tavolo facendo casino per 10. Una mano si allunga a scavare il panettone lasciato nelle vicinanze, i cani se ne stanno placidi sulle brandine vicino ai fuochi e, anche se diminuiamo piano piano con gli anni, in attesa dei cambi generazionali l'atmosfera è sempre quella.
Non sembra passato il tempo nemmeno quando zio, che è sempre stato un freddoloso, si cala i pantaloni di pile in mezzo alla cucina e dice: "guarda, come sono bello" e sotto ha questi fouseau aderenti grigini da sotto-tuta da sci.
Eppure gli anni passano eccome e ora sono io la prima a svegliarmi e l'ultima ad andare a letto; prima delle 10 del mattino nessuno appare in cucina, ma nel giro di mezz'ora abbiamo già messo su 3 caffettiere e scaldato una decina di fette di pane per la colazione.
Roba che ti giri 2 minuti e il caffè che avevi lasciato lì è già sparito.

Famiglia che non c'era lo scorso anno, mentre camminavamo la sera del 24 per le vie di Patzcuaro illuminate e semi vuote; famiglia che c'è quest'anno ed è bello ritrovare, uguale e diversa da come è sempre stata, ma tutto sommato fedele al suo modo di essere.

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lunedì, 17 novembre 2008
workoholic

Dimostrazione scientifica di due condizioni:
1) la mia addiction al lavoro accademico ha ormai raggiunto uno stadio sviluppato;
- per dire, oggi qui è festa nazionale per il día de la Revolución e io sono in piedi. Dalle 8.-
2) sono sotto tesi, è un anno che lo dico, ora c'ho le prove.

Mi sveglio, guardo l'orologio, ore 8 e 08, fisso lo specchio davanti a me.

D'improvviso un lampo: emerge un'idea che aspettavo da tre settimane almeno.

Mi alzo di scatto, sposto i kg di coperte e corro ad accendere il pc, per buttare giù l'attesissimo indice che è rimasto in attesa per settimane e che il prof. sta, pazientemente, aspettando da una vita e 2 semestri
(ore 8:09; tempo di reazione: 60 secondi circa).

Soddisfazioni: togliere la parola "possibile" davanti al titolo ("Indice") del suddetto documento;
constatazioni: da quando sei qui ti sei alzata prima delle 9 solo una volta, ossia quando è stato strettamente necessario;
deformazioni: comunicare La Notizia - fonte di una rivoluzione del tuo umore in questo lunedì mattina di novembre- alle prime persone online in chat.

E come dicevano delle donne sagge: Son Cose, signoramia!

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mercoledì, 05 novembre 2008
"que la brisa marineira me oriente en el destino"

...y que el primer barco que pase, me lleve mar adentro.
Concha Buika - Jodida pero contenta

Il pensiero di oggi è: in fondo, è bello lasciarsi trasportare dagli eventi.
Questi giorni sono un'esplosione di novità. Ti riempi di canti, di musica, di festeggiamenti del "dia de muertos" e il colore dei fiori cempaxuchitl si riflette in quello della tua maglietta, passano per la pelle: ti si accende intorno, addosso, tra i capillari, sotto le unghie.
Emozioni che sono corpo, che si riscoprono negli occhi vivi di chi ha la medesima passione e il medesimo entusiasmo. (E ti sorge un brivido, una minuscola inquietudine sentimentale).

Ascolti la voce vibrante del son jarocho e del huapango di San Luis Potosì, saltelli a ritmo tentando di imitare il zapateado di queste regioni; laggiù, dove tre radici si mescolano e, ti spiegano, i tamburi africani sono stati sostituiti con il battere ritmico dei piedi.
Ormai ti muovi a tuo agio, parli sinceramente e avanzi piccole critiche costruttive, sperando che siano accettate per ciò che sono.
Hai per le mani offerte di quasi-lavoro, di concretizzare il teorico nel pratico, vedere pagine impresse con la soddisfazione che siano nate da te, ma che non restino solo "per te"; la spirale di eventi ti risucchia e non puoi non sentirti persa, almeno per un momento.
Serve distanza; allora ti lasci portare da un aereo verso l'ovest. Una città sconosciuta, uno stato mai visitato, di cui non sai nulla e da cui non puoi aspettarti nulla.

Nel frattempo, in queste giornate convulse, sei riuscita finalmente a vedere Wall-E ed è stato proprio come ti aspettavi. C'è chi ne ha parlato dicendo tutto in poche righe e ti sembra inutile ripeterti e reinventare.
Un signore antico e di un'età indefinita, qualche giorno fa ti ha ricordato:
meglio guardare che vedere, meglio ascoltare che sentire,
zittirsi quando c'è da zittirsi e parlare quando c'è da parlare.


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venerdì, 31 ottobre 2008
a sei kilometri di curve dalla vita

"...che preferisci rimanere solo qua
nella provincia denuclearizzata,
a sei chilometri di curve dalla vita
e dire a tutti che sto bene, sto benissimo..."



A più di sei kilometri di curve dalla vita, si apre la provincia del Valle, dove ogni distretto conta circa gli abitanti di Bologna, sparsi tra un paesino e l'altro. Ed è proprio lì che arrivi a capire davvero che, se casa la fanno le persone, casa sarà dove sarai tu e dovunque costruirai qualcosa: così nascono nuove relazioni, scambi, chiacchierate notturne davanti a un brodo caldo, per riscaldare gli animi pungolati dal vento freddo, quello stesso vento che si leva la notte all'ombra dei vulcani del Valle de México; quello stesso vento che gonfiava il tendone del Festival di Chalco in queste ultime sere.

Qui ti accolgono come una figlioccia, ospite in casa di una vera matrona messicana, che non ti fa uscire la mattina senza una colazione "come si deve" -ossia, come si deve in Messico-: e dunque, si riscalda al volo la carne, il riso e le tortillas, un poco di tè e pan de muertos, così da affrontare la lunga giornata e le ore che separano dal pranzo, che arriva solitamente tra le 5 e le 6.
Qui, ti fanno prolungare la permanenza di un giorno, per tornare al DF a sbrigare delle cose, con la voglia di raggiungerli nuovamente nel finesettimana, per i festeggiamenti dei Dia de Muertos. Vedere funzionare un Festival Culturale dall'interno ti fa pensare a un eventuale futuro, a qualcosa di costruttivo e concreto che funzioni a partire dalla gente e per la gente. Osservi l'energia, l'impegno e le risorse umane che ci vogliono, parli un po' con tutti ed eserciti qualcosa di rinnovato: la fiducia in un circolo di semi-sconosciuti che ti prende per mano. E in questi casi, lasciarsi portare diventa piacevole e affatto faticoso: non ci sono balletti di formalità, anzi, ti danno la libertà di chiedere, accompagnare, partecipare con volontà o anche solo con la propria presenza. In fondo, se quello che ti domandano è di presentarti come straniera e laureata, per dar lustro al loro Festival, tutto ciò che ti è dato in cambio è impagabile: tempo, dedizione, un tetto e un pasto caldo, sempre, interesse umano e sincero.

Rientrare verso il Monstruo ti fa capire quanto ci sia di maschile in questa città: ti prende e ti accoglie tra le sue braccia come il più dolce degli amanti, per poi esser capace di rifiutarti con i suoi silenzi (E ormai hai ben chiaro che i silenzi possono sì amplificare le emozioni, tanto quanto riescono a ucciderle). Allora la odi, ci litighi, ti impazzisce, mentre fiumi di gente e auto ti scivolano intorno e pensi solo ad essere altrove.
Eppure, basta una mattinata di sole, un gracias all'edicola e un caffè per tornare a fare la pace con se stesse. Tra una salita nel Tren Ligero e una discesa nelle gallerie del Metro, ti lasci incantare dai riflessi del sole sui palazzi sgarrupati; il pensiero corre alle proposte che ti stanno facendo in questo paese e ti metti di fronte a una nuova realtà possibile. Qui vedi una te stessa diversa: meno mediocre, meno pesante e con un numero decisamente inferiore di paturnie a strozzarti le emozioni in gola. Allora ti chiedi cosa sia più giusto fare: se restare e approfittare delle occasioni, impulsi e sensazioni che ti stanno dando qui e che non sono pochi, o piuttosto imparare a portarsi dietro questa nuova te, per saperla vivere anche oltreoceano.

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domenica, 26 ottobre 2008
Annaspare

come pesci nell'acqua.

Vivere il Messico a pelle è ritrovarci, mettendo anche solo un'unghia di te dentro, tutto il meraviglioso e il nefasto. Sin dal primo momento, sembra non sia passato un giorno da quando piangevo a dirotto all'aeroporto, davanti allo sguardo perplesso degli omini targati Iberia; da quando ho conosciuto il bell' uomo catalano con cui s'è piacevolmente chiacchierato durante il volo. A lui è dovuto il piacere del primo caffè del giorno, all'aeroporto di Baracas: era l'alba di una mattina di luglio. Era -quasi- ieri.

Rimettere i piedi dentro al Monstruo vuol dire sapere in anticipo ciò che ti attende: il caos e i licuados, i colori vivi e il cielo senza una stella, il sole che riscalda sin dalla mattina e l'aria torrida del metro, i tacos de la esquina. E ancora il tempo investito e quello rubato, la stanchezza di una giornata intera fuori che ti cade addosso, in una botta sola, appoggiata la testa sul cuscino; la gentilezza degli uomini che, per non dire sempre, spesso nasce nell'evidenza di un secondo fine.
La cortesia e l'accoglienza della provincia (con due ore e mezza di viaggio per raggiungerla, per avere la certezza che sì, sei sfuggita anche all'ultimo tentacolo del Monstruo) si rivelano nello sguardo vivace e stanco di un giovane Segretario della Cultura, che ti porta in giro tutto il giorno e ti presenta l'intera organizzazione del Festival cui parteciperai. I tacos di cecina del mercato e i succhi boing alla guayaba sono l'unica scusa per il pasto della giornata, mentre addentiamo un discorso sul futuro e uno sul passato, mastichiamo aspirazioni, qualche sogno e confrontiamo storie dal sapore antico.
Arrivo alle 6 del pomeriggio e mi trovo stordita da tanto parlare spagnolo: ho solo voglia di mettere i piedi su un pesero che mi riporti verso il Distrito Federal, per scomparire tra i suoi serpenti di luci gialle in movimento. Ma non sarà prima delle 9 di sera che tanto ferfore cederà, davanti alle occhiaie ormai stampate sotto i miei occhi.
A chiudere la suddetta giornata epocale c'è stata un'ora di motorino in notturna. Lo Zelante Segretario, che si definisce Tuttofare di seconda, mi ha portata per gli sterrati della provincia, passando per strade lunghe e buie che tagliano lagune, mentre intorno i paesini di luci si arrampicano pazienti sulle colline e affacciano i loro riflessi minuti sulle distese d'acqua nera. Abbiamo attraversato l'Estado de México, passando vicino ai tre monticelli che si vedono scendendo dal nord, una volta rivolto lo sguardo sino al profondo sud del Valle; e ancora, i barrios, la gente per le strade alle 10 di sera, i negozi aperti, un'infinità di taquerias improvvisate e di matrone sedute sullo sgabello a servire passanti e vicini affamati. Mi dice: vedi, qui siamo già al DF e non più nell'Estado de México, si nota la differenza, non è vero? E ancora: e questa è Itztapalapa, anche qui è diverso rispetto a Tlahuac, è meno "periferia". Ecco un mondo in cui pochi kilometri sanciscono sfumature, marcano differenze e sottolineano condizioni a cui adeguarsi.


DF è sentirsi a casa dopo poche ore, arrivando ad annaspare nella propria ciotola d'acqua proprio per lo stupore, acuto e quasi dolente, di quanto questa fetta di mondo sia conosciuta.
E' mancato il riambientarsi, il distendersi della gamba per compiere il primo passo: sono qui e ci sono sempre stata, sono qui e ho poco tempo. Ma il Monstruo mi ha già annusata e messa sotto la sua ala scagliosa e un po' puzzolente. E io non so fare altro che aggrapparmi a una delle sue unghie, come a un peluche ruvido che concilii il sonno ancora scosso dal jat-lag.

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venerdì, 03 ottobre 2008
Caminante no hay camino

se hace el camino al andar     -Antonio Machado su carta, Sabina e Serrat in musica-

Per la prima volta da un paio di settimane ritrovi un momento di silenzio assoluto, in cui resta fuori dalla stanza anche lo scuotersi violento delle fronde degli alberi.
Di nuovo in Toscana, dopo aver percorso quotidianamente i portici nelle ultime due settimane; è così che il tempo sembra sospendersi di nuovo: la sveglia non suona, perchè ti alzi con la luce mattutina che entra dalla finestra, scendi e c'è una caffettiera piena a metà e ancora tiepida a darti il buongiorno.
Sono queste le tue mattinate, dove non esiste capo nè coda, dove manca quello scandire costante delle faccende da sbrigare,  di fotocopie e prestiti in biblioteca, di corse in facoltà e telefonate col relatore seduta nel cortile. Ma anche il tempo per un caffè, per fare compagnia negli altrui giri e impegni, il sentire addosso l'emozione e l'impazienza viva di rivedere facce conosciute e confrontarsi dopo tanto tempo.

L'ombra del Nettuno riserva sempre sorprese.
Ieri, seduta e con un libro nuovo in mano, hai avuto un incontro inaspettato con il Burkina Faso. Un gruppo di gentili signori, in viaggio di lavoro e con l'aria del turista poco invadente, si sono avvicinati; sono bastate due parole del poco francese che ti rimane per iniziare la conversazione. Una sensazione di euforia buffa, una foto e un ricordo di cuoio rappresentano quanto ti è rimasto di un incontro sporadico e unico; complice il sole caldo e il buon umore del momento, ora questo ti sembra quanto di più incredibilmente bello ci possa essere per mettere un segno sulla giornata.

In questi viaggi brevi ti segue un libro meraviglioso, oscillante, difficile; eppure, nonostante ciò, riesce a strapparti delle risatine incontrollate nello scompartimento affollato, mantenendoti concentrata e attenta allo svilupparsi delle vicende. Nell'attesa di terminarlo, ripercorri alcune pagine dell'intreccio tra i due rami della storia (Johnatan scrive, Alex risponde); ogni volta ci trovi una frase, un concetto che ti era sfuggito.
Quello rispolverato oggi è "non si erano mai visti da lontano. Non avevano mai conosciuto l'intimità più profonda, quella prossimità raggiungibile solo con la distanza. Lei andava al foro e lo guardava in silenzio per alcuni minuti. Poi si riallontanava dal foro. Lui vi si avvicinava e la guardava a sua volta in silenzio per qualche minuto. E in quel silenzio raggiungevano un'altra intimità, quella delle parole senza parlare".





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mercoledì, 24 settembre 2008
Lost

[Camminare nella notte buia verso il supermercato, passando tra i vicoli di una periferia poco illuminata; sotto la felpa, brividi e umori altalenanti che seguono il ritmo del passo spedito.]

Nei pochi attimi in cui tutto è buio hai la percezione di ritrovarti addosso qualcosa in meno di quello che dovrebbe. Si mischiano leggerezze ed esitazioni, non riesci a formulare pensieri coerenti, straparli, ti zittisci, in ogni caso è raro avere in bocca parole appropriate (ancora). Senti il rumore del vuoto nella tua testa, mentre ti affanni a raspare il loro involucro trasparente.
Cominci dalle parole e finisci per scordarti proprio di tutto il resto.
Te ne sei resa conto oggi in biblioteca, quando hai rivisto una ragazza che devi aver incontrato in facoltà in questi ultimi 3 giorni o due settimane fa; ricordavi il volto, ma nulla, assolutamente nulla di quando, come o dove vi foste viste in precedenza. Dunque, hai iniziato a preoccuparti.

Ormai conosci questi momenti, i cali d'attenzione alla vita e al mondo; sarà il periodo migliore per rischiare di perdere portafogli, occasioni, incontri, ti passasse sotto il naso un maiale viola non lo noteresti e finiresti per non registrare quell'odore o quel titolo che avrebbe colpito nel segno in un altro momento.
Semplicemente non ci sei.
Hai lasciato in mano il tuo involucro di pelle e nervi al pilota automatico, che ti sbatacchia qua e là tra sedi d'esame, biblioteche e pause caffè. Affidatagli la tua agenda piena di post it e promemoria, sei evidentemente fuggita altrove a giocare a nascondino, troppo divertita ad inseguire un'ape cicciona per accorgerti che la tua vita sta girando senza che tu te ne accorga.

Si inserisce qui il seguente annuncio:

AAA Cercasi persona sana di mente e di corpo, ma soprattutto di spirito, che riporti la qui presente sul pianeta della realtà. No perditempo e masochisti.
Sì erasmus, fumatori e non, ingegneri.

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Essere una gran dama è, ai massimi livelli, un'impresa da specialisti
parola di Jasper Griffin